FLORESTANO VANCINI - Un cinema contro l'oblio
Il 24 agosto 2026
Florestano Vancini avrebbe compiuto cento anni. Era nato a Ferrara, nel 1926, ed è morto a Roma nel 2008. In mezzo, una carriera lunga e irregolare, attraversata da un’idea ostinata di racconto: guardare la storia italiana là dove la retorica preferisce distogliere lo sguardo.
Vancini è stato, prima di tutto, un regista ferrarese. Non soltanto perché la città e il Delta del Po sono stati il paesaggio dei suoi documentari giovanili, ma perché proprio quel territorio gli ha consegnato il trauma originario del suo cinema. Da ragazzo aveva visto i cadaveri degli undici antifascisti uccisi davanti al muretto del Castello Estense. Anni dopo, quel ricordo sarebbe diventato
La lunga notte del ’43, il film con cui esordì nel lungometraggio nel 1960, tratto da Giorgio Bassani e scritto con Ennio De Concini e Pier Paolo Pasolini. Protagonista uno straordinario Enrico Maria Salerno.
Non è casuale che Vancini cominci da lì. L'opera racconta sì un eccidio, ma anche la sua rimozione. Nel finale, il tempo sembra avere cancellato le responsabilità: la vittima e il fascista possono incontrarsi e salutarsi per strada, in una normalità apparentemente pacificata. È una delle intuizioni più feroci: la violenza non finisce necessariamente quando cessano gli spari. Può sopravvivere nella memoria rimossa, nei compromessi, nella trasformazione dei colpevoli in rispettabili cittadini. Uno dei pochissimi film che affronta direttamente il tema della mancata epurazione fascista nell’Italia repubblicana. Da quel momento, Vancini sembra tornare continuamente sulla stessa domanda: quanto della storia italiana è stato costruito attraverso la forza, la repressione, l’assassinio, e quanto invece è stato successivamente addomesticato dal racconto ufficiale?
La risposta attraversa quasi tutta la sua filmografia.
La banda Casaroli (1963) guarda alla violenza criminale del dopoguerra come a un prodotto del disordine sociale e politico lasciato dalla guerra.
Bronte: cronaca di un massacro che i libri di storia non hanno raccontato (1972) torna al Risorgimento per mostrare la repressione della rivolta siciliana del 1860 da parte delle forze garibaldine guidate da Nino Bixio: anche la nascita dell’Italia unita, nella sua versione celebrativa, ha i suoi morti rimossi.
Il delitto Matteotti (1973) ricostruisce poi l’assassinio del deputato socialista e il consolidarsi della dittatura fascista.
La violenza: quinto potere (1972) affronta invece la mafia e le sue collusioni con il potere.
Ci sono altri momenti nel suo percorso, ma è questa la linea più battuta: l’Italia non come una storia progressiva e rassicurante, ma come un Paese che più volte ha costruito il proprio ordine attraverso la violenza e poi ha cercato di dimenticarlo. Non lo diremmo un cinema della denuncia fine a se stessa, piuttosto un cinema della memoria, nel senso più nobile di questo oggi sottovalutato quando non persino bistrattato termine. Vancini studiava documenti, testimonianze, cronache; nei titoli di coda di Bronte arrivò persino a esibire le fonti storiche sulle quali aveva costruito la pellicola.
Eppure, a cento anni dalla nascita, Vancini resta sorprendentemente poco presente nell’immaginario della sua stessa città. Ferrara ha oggi uno Spazio Antonioni, dedicato a uno dei suoi massimi cineasti, inaugurato nel 2024 e animato da mostre, proiezioni e iniziative. Vancini, invece, rischia di essere ricordato più come un nome di repertorio che come un autore ancora necessario. Persino l’accademia cinematografica nata nel 2019 con il suo nome successivamente si è ribrandizzata come Blow-up Academy. Destino ironico per qualcuno che ha sempre voluto fortemente ricordare.
E invece proprio oggi Vancini avrebbe qualcosa di urgente da dirci. In un Paese nel quale il passato torna ciclicamente a essere semplificato, i suoi film ricordano che la storia non è mai innocente. Che dietro le date, le statue e le celebrazioni ci sono corpi, responsabilità, vittime. E che la violenza italiana non è soltanto quella delle guerre e delle dittature: è anche quella che si trasforma in ordine, rispettabilità e silenzio. Bisogna tornare a proiettare i suoi lavori, possibilmente nelle scuole di cinema, ma non solo. E guardarli come ciò che erano: non film sul passato, ma film contro l’oblio.
24/08/2026, 08:00
Alessandro Amato