Note di regia di "Rituali"
Durante la scelta del soggetto, mi sono a lungo chiesto che cosa fosse un documentario e soprattuto perché filmare la realtà. La risposta che ho trovato, per quanto estremamente banale, mi soddisfa: “Filmare la realtà per la realtà” , in questa tautologia si cela la sfida di rendere l’ordinario cinematografico, con il vantaggio e la speranza di poter trovare la magia al di là della narrazione, in un contesto al di là delle regole del cinema di finzione. Ho quindi cercato un ambiente in cui immergermi, in cui la macchina da presa potesse essere un elemento rivelatore, in grado di scolpire una verità forse troppo ovvia per essere evidente mentre viene vissuta; Mi sono ricordato dei miei anni da Scout ed ho subito realizzato quanto, ad uno sguardo esterno, quella apparente semplicità, fatta di regole estremamente codificate, potesse risultare incomprensibile, ritornare a quei momenti, per studiarli, mi è sin da subito sembrato non solo un esercizio utile, ma un fatto ovvio, quasi naturale; una realtà mi si è offerta, pronta ad essere svelata, impossibile da catturare in altro modo, se non attraverso il mezzo del documentario. Una comunità Scout, soprattutto negli anni del Reparto, è un humus tematico ricco: si tratta a tutti gli effetti di una micro società, estremamente gerarchizzata ed inoltre gestita quasi autonomamente da adolescenti legittimati ad essere “altro” rispetto alle loro vite quotidiane. Una terra di mezzo, il cui il gruppo è l’unica certezza e in cui i rapporti e le personalità stesse dei suoi abitanti sono in continua evoluzione. Con questo documentario vorrei quindi indagare la linea fra individuo e gruppo, senza scegliere un protagonista e ricercando nelle scelte individuali rispetto alle attività comuni le singole unicità dei ragazzi. Ho scelto “Rituali” come titolo per il cortometraggio, perché voglio parlare di come la formazione del senso di comunità passi soprattutto attraverso l’accettazione di una sorta di “lessico familiare delle azioni” e di come i riti, confortanti proprio in quanto immutabili ed esterni al volere del singolo membro sembrano atti volti ad inglobare l’individuo. Credo che la ritualità crei se non una realtà parallela perlomeno una interessante illusione della sua esistenza, col documentario vorrei cercare questo limite: la creazione di mondi alternativi è un atto di libertà, ma anche di rifiuto e il rito, anche nella nella sua dimensione più mondana, è un simbolo di questa scelta poetica ed inquietante.
Filippo Marasco