LOCARNO 79 - MUTRION di Marco Cavazzin
Inventarsi un'isola per rappresentare il senso di appartenenza e l'abbandono:
Marco Cavazzin, regista veneziano, ambienta il suo racconto su un'isola della laguna veneta (Santa Lia, inesistente) per declinare a modo suo l'intreccio tra una storia di amicizia e quella di un luogo.
Il
Mutrion del titolo è Marco (un po' chiuso, un po' musone, come fa presagire il nomignolo) che rientra sull'isola natale (lasciata da qualche anno) a causa di una delusione d'amore e ritrova la famiglia allargata del paese (dove tutti si conoscono) ma soprattutto il suo amico Maicol.
Poche parole, tanta fisicità, immagini che seguono (spesso strette, appiccicate ai protagonisti; raramente panoramiche) il ciondolare ma anche l'accendersi dei due corpi legati da una familiarità resa istintiva dagli anni: c'è bisogno di altro?
Inutile precisarlo: certo che sì....
In mezzo a tanta natura si scopre prima lo stravagante fenomeno naturale (anche un po' leggendario) che identifica chi è del posto e chi no (qui la fotografia si fa color seppia, un po' come le foto dei nonni, per dare la giusta patina di irrealtà) poi, con il calare della sera e un'ombra che crea intimità e confidenza, scatta la recriminazione dell'abbandono: chi è restato e si sente un puro del luogo (Maicol) rinfaccia a chi se n'è andato (Mutrion) di averlo lasciato senza remore o sensi di colpa.
Con un sonoro (molto efficace) che passa dal lieve accenno percussivo e dissonante del ritorno a casa (meno agevole del previsto) alle accoglienti armonie dell'ingannevole passeggiata idilliaca nella natura, si sfocia al culmine del rumore e dell'enfasi in una discoteca affollata dove lo scontro avrà il suo apice.
Padronanza del racconto, intensità ma anche compostezza della recitazione (Giulio Maroncelli veramente in parte), qualche nodo non sciolto che lascia aperta l'interpretazione,
Mutrion fa venir voglia di rivedere Cavazzin alle prese con la prossima esigenza espressiva.
13/08/2026, 07:50
Sara Galignano