Note di regia de "L'estate che finì due volte"
L'estate che finì due volte nasce in un punto imprecisato della mia adolescenza, nei lunghi pomeriggi estivi trascorsi con i miei nonni in un piccolo paese della Sardegna. È in quei giorni che ha silenziosamente preso forma il mio immaginario: un luogo in cui i confini tra ciò che è reale e ciò che è immaginato sbiadiscono sotto il sole. Questo film racconta i miei due mondi giovanili. Da una parte c'è quello esteriore: l'estate, l'amicizia, le esplorazioni proibite, i pomeriggi in cui tornavi a casa miracolosamente vivo, dopo un'avventura pericolosa, mai confessata.
Dall'altra c'è un mondo più silenzioso, fatto di paure, mancanze e di una prima, confusa consapevolezza della morte. Sono cresciuto in un paese dove i fatti diventano leggende. Un episodio vero (una persona scomparsa, una casa abbandonata, un incidente in montagna), col tempo si trasforma in storia, passa di bocca in bocca e finisce per appartenere a tutti. Così le storie di fantasmi che ascoltavo erano in realtà storie di persone reali, le cui immagini continuavano a persistere sotto la superficie dei luoghi che avevano abitato. In quel mondo il soprannaturale era semplicemente parte della vita di tutti i giorni, e le volontà dei morti continuavano a echeggiare tra i vivi con la stessa forza.
Con questo film ho cercato di tornare a quella sensazione che provavo da bambino: l'idea che, durante un'estate, tutto potesse accadere, e che il confine tra il mondo dei vivi e quello dei morti fosse sottile quanto una luce che filtra da un container fantasma, dimenticato sotto il sole. Quei pomeriggi in cui si moriva un po', lasciandosi dietro pezzi di giovinezza, insieme a qualche amico per la vita, che non sarebbe più tornato a casa, dopo la sua ultima estate.
Matteo Incollu