SENTIERO FILM FACTORY 6 - Bigazzi: "Un'esperienza
da vivere al cento per cento"
Questa intervista è stata realizzata da Riccardo Presigiacomo, Pietro Borsi e Mirko Reitano, allievi del Critic Lab “Pensare il Cinema”, il laboratorio di formazione alla critica cinematografica finanziato dal Fondo Sociale Europeo Plus (FSE+) di Fondazione Sistema Toscana, in collaborazione con Sentiero Film Factory.
A pochi mesi dall'inizio della sesta edizione di Sentiero Film Factory – il festival internazionale di cortometraggi che dal 2020 anima Firenze, quest'anno in programma dal 17 al 26 settembre 2026 con una nuova espansione a Poggibonsi – e al suo debutto come direttore artistico, abbiamo intervistato Pierfrancesco Bigazzi. Spaziando dalla natura di Sentiero, alla situazione dei festival fiorentini, fino a giungere alla sua visione sul mondo dei cortometraggi, sia come autore sia come direttore artistico di un festival, Bigazzi ha dato la sua risposta a una delle domande più ricorrenti del settore: che valore ha oggi creare e credere in eventi che valorizzino il cortometraggio in Italia e nel mondo?
Una domanda diretta su Sentiero e sulla sua natura. Il fatto di creare un festival generalista, a differenza di altri eventi con un target più mirato, che vantaggi e svantaggi porta in relazione alla sua organizzazione e al rapporto con gli altri festival?
Sentiero ha sempre avuto questa caratteristica: libertà di visione e di accoglienza, e questo penso che abbia fatto sì che il festival risaltasse nel mezzo di una marea di altri eventi dedicati al cortometraggio. Sentiero ha sempre avuto questa caratteristica naturale di non porsi limiti, non averne, sia di genere che di creazione dell’evento culturale. Abbiamo sempre avuto l’idea che fosse una zona, una piazza, anche per chi si occupa di industry. Questo è il valore aggiunto che abbiamo sempre alimentato, fin dall’inizio. E poi, che fosse un contenitore anche di varie forme artistiche: noi in Italia siamo uno di quei pochi festival che mantiene una selezione dedicata ai videoclip; una volta erano di più i festival che avevano questa selezione, ma ora stanno sparendo. C’è questa apertura a creare uno spazio che possa contenere di tutto, dal cinema alla musica, all’arte visiva (è da due anni che ospitiamo durante la rassegna mostre di arte fotografica con connotazioni politiche e sociali). Reputiamo che il racconto possa assumere varie forme.
Rispetto al vantaggio o allo svantaggio… non è l’assenza di un tema che crea vantaggi o svantaggi. Il vantaggio è nell’emozione di una grossa comunità che si amplia ogni anno sempre di più. Il respiro di un gruppo che si allarga, e questo è il vantaggio di essere liberi di accettare tutto di pancia - noi abbiamo sempre detto che le selezioni le facciamo di pancia – chiaro, abbiamo le nostre regole contenutistiche ed estetiche, ma anche lì spesso veniamo travolti dall’emotività. Lo svantaggio, forse, ma non dovrei essere io a parlarne perché non la gestisco io, può venire dalla parte di progettazione, dal meccanismo bandistico dei festival, ma non sono sicuro che sia uno svantaggio: abbiamo un concorso internazionale molto ampio ogni anno, con opere provenienti di tantissimi paesi.
Sentiero è un festival che si svolge a Firenze, estremamente radicato nel quartiere di San Frediano, ma tu non sei fiorentino. Per quale motivo avete scelto di svolgere le vostre attività in una città come questa, con molti festival, molta competitività, costi elevati, e non in altre città? Anche la scelta del quartiere è particolare…
Ce lo domandiamo anche noi tutti gli anni, “perché Firenze?”. È una piazza difficilissima, durante la settimana del nostro festival penso siano in programma altri ottantacinque eventi in contemporanea, di musica, arte ecc. È una grande competizione. La città a volte ha anche troppe cose nello stesso momento. È come un’onda. Quindi tutti gli anni ci domandiamo perché, ma alla fine siamo contenti di farlo qui proprio per questa varietà e la sfida che significa cercare di differenziare l’offerta rispetto agli altri eventi. E il quartiere di San Frediano fa la differenza. Io sono in minoranza (valdarnese), mentre i miei soci del festival sono di Firenze, quindi Firenze è la città dove hanno sempre lavorato e che per noi è stata anche flusso di movimento artistico.
Sentiero parte da una residenza artistica che abbiamo fatto nel 2018, Immerge. Ospitavamo quattro artisti a San Frediano, appunto, e da lì è nata l’idea di stabilire qui il festival, perché sentivamo un’energia fortissima dal quartiere e, insieme, ci rendevamo conto che non c’erano sale cinematografiche in zona in grado di accoglierla. Con la residenza abbiamo fatto un lavoro sul territorio, coinvolgendo molte attività, dall’albergo popolare agli artigiani. Tutto nasceva in risposta a un articolo molto rumoroso della Lonely Planet dove San Frediano veniva esaltato come quartiere più cool d’Europa. Un cool che stava molto addosso ai fiorentini che vivevano il quartiere da residenti “non cool”, che si facevano in quattro per la comunità. Nel nostro piccolo lo abbiamo un po’ fatto e lo stiamo facendo da sei anni con il festival. Valorizzare una piazza di confine, che ha le sue problematiche sociali, ma che ha una comunità fortissima, è una sfida costante. Noi ci siamo messi lì nel nostro angolino cercando di portare avanti un discorso sull’educazione linguaggio audiovisivo, su un pensiero collettivo, che è quello che ci riesce fare e che ci piace.
Sentiero Film Factory infatti non si occupa solo di gestire e dirigere un festival: avete anche un magazine online, dei corsi di critica cinematografica e di scrittura e di realizzazione di cortometraggi. Cosa vi ha spinto ad ampliarvi in tutte queste direzioni?
Per me ci spinge la voglia di imparare, ma anche la voglia di educare sia al racconto che all’ascolto. La decisione di creare corsi, laboratori e residenze artistiche nasce da questo. Sono i migliori contenitori per poter cercare di dare continuità alla formazione e al dialogo. Questo espandere le nostre radici e dare valore a quella parola che segue Sentiero Film: factory, non un festival ma una fucina di idee e nuovi sguardi sul mondo. Una grande fabbrica, un grande contenitore in cui non si proietta e basta ma si crea, in forme diverse, dalla critica alla sceneggiatura alla realizzazione di film.
Quest'anno il festival cambia assetto e passa da una direzione artistica collettiva a una direzione artistica affidata a te, Pierfrancesco Bigazzi. A cosa è dovuta questa scelta?
Credo che, a un certo punto del percorso di crescita di un festival, sia naturale rendersi conto che è necessario definire meglio i ruoli. Quando una realtà diventa più strutturata, affidare responsabilità specifiche permette a ciascuno di concentrarsi sul proprio ambito e di svolgere quel compito nel migliore dei modi.
Negli anni precedenti il nostro metodo di lavoro era molto più orizzontale: tutti facevano un po’ tutto. Era una modalità che ha funzionato, soprattutto nella fase iniziale del festival, quando Sentiero stava costruendo la propria identità. Con il tempo, però, ci siamo accorti che serviva un maggiore equilibrio organizzativo, sia per rendere il lavoro più efficace sia per affrontare con maggiore serenità le tante attività che un festival comporta.
Ci tengo però a fare una precisazione importante: oggi ricopro il ruolo di direttore artistico, ma il lavoro continua a essere profondamente collettivo. Sentiero è nato come progetto condiviso e questa rimane la sua natura. Non siamo un festival in cui il direttore artistico prende decisioni in maniera autoritaria o isolata. Il confronto con tutto il gruppo resta centrale e molte delle scelte vengono ancora costruite insieme.
La differenza è che oggi il processo è più ordinato. Avere una figura di riferimento ci ha permesso di organizzare il lavoro con maggiore anticipo e continuità. Ad esempio, quest'anno siamo riusciti a concludere le selezioni molto prima rispetto alle edizioni precedenti.
Sentiero Film Festival è dedicato ai cortometraggi, un formato che spesso viene considerato un passaggio verso il lungometraggio o comunque un'opera di minor valore. Qual è la vostra visione?
Il cortometraggio, purtroppo, continua a scontare un limite soprattutto dal punto di vista della distribuzione e della sostenibilità economica. Ha una visibilità molto inferiore rispetto al lungometraggio ed è difficile che riesca a generare un reale ritorno economico per produttori, distributori o autori. All'interno del sistema cinematografico tradizionale il corto fatica ancora a trovare uno spazio stabile.
Negli ultimi anni, però, qualcosa sta cambiando e crediamo che sia un segnale molto positivo. Il cortometraggio sta acquisendo sempre più riconoscimento, sia a livello istituzionale sia nei grandi festival. Basti pensare che fino a pochi anni fa, ai David di Donatello, il vincitore della categoria dedicata ai cortometraggi veniva comunicato in anticipo, quasi come fosse una premiazione marginale.
Anche le istituzioni stanno iniziando a riconoscerne il valore. Sempre più bandi regionali e ministeriali dedicano attenzione ai cortometraggi. Un esempio è la Toscana Film Commission, che dopo diversi anni ha reinserito il sostegno ai corti nei propri bandi.
Lo stesso vale per i festival. Manifestazioni come la Mostra del Cinema di Venezia, il Torino Film Festival e la Festa del Cinema di Roma dedicano ormai spazi sempre più ampi ai cortometraggi, contribuendo a renderli protagonisti e non semplici contenuti collaterali.
Resta però un'idea molto diffusa: quella secondo cui il cortometraggio sarebbe soltanto un biglietto da visita, un esercizio o un trampolino di lancio verso il lungometraggio. È una visione che comprendiamo, perché effettivamente molti registi iniziano il proprio percorso attraverso il corto, ma pensiamo che sia profondamente riduttiva.
Per noi il cortometraggio è un'opera compiuta, con una propria autonomia artistica come può essere un racconto breve di Edgar Allan Poe o una poesia di Patrizia Cavalli. Allo stesso modo, un cortometraggio può racchiudere una ricerca stilistica, una forza narrativa o una capacità espressiva pari a quelle di un lungometraggio, semplicemente attraverso una forma diversa.
Ci piace pensare che sia piuttosto uno spazio di sperimentazione, un “sentiero” in cui linguaggi, idee e forme possono essere esplorati con maggiore libertà.
Anche per questo motivo, pur avendo introdotto da due anni la sezione Fuori Sentiero, dedicata ai lungometraggi – a cui teniamo molto – continuiamo a definirci un festival di cortometraggi. Tutte le attività che ruotano attorno al festival, dall'Industry alla sezione Pitch, fino al Critic Lab, sono pensate principalmente per valorizzare il cortometraggio e contribuire alla crescita di questo formato cinematografico.
Sappiamo che oltre ad essere direttore artistico, sei stato autore e regista di vari cortometraggi. Quanto questo influenza nella valutazione delle opere proposte a Sentiero e risulta essere più un ostacolo o un aiuto, soprattutto di fronte a poetiche distanti dalla tua?
Per me è stato un esercizio di crescita e di apertura. Nel senso che da giovane ero molto chiuso e grazie ai festival ho saputo accettare e conoscere prospettive che erano distanti dalla mia visione. Penso che (e questo è un po' il problema) a volte i festival abbiano un grosso potere decisionale e quindi una grande responsabilità. L'esclusione o l'accettazione da alcuni festival a volte cambia sia i percorsi e la divulgazione dei cortometraggi, sia il percorso autoriale di chi ha creato l’opera. La selezione viene fatta da persone specializzate e preparate che hanno, a ogni modo, un proprio gusto, una propria politica, le proprie tematiche e un proprio stile. È chiaro, dunque, che esiste un’influenza personale nel ruolo di selezionatore. Nella selezione di Sentiero abbiamo sempre usato un approccio istintivo e io cerco di non focalizzarmi solo sull'idea di cinema che vorrei portare avanti io, provando ad essere più oggettivo possibile. Naturalmente è chiaro che, essendo umani, la soggettività è presente. Il gruppo di selezionatori del nostro festival ha sempre però aperto Sentiero a differenze e a una più ampia visione. Quest'anno ad esempio ancora di più, con l'introduzione della preselezione a cura degli studenti del laboratorio Critic Lab, che hanno rappresentato un valore aggiunto e nuovi sguardi molteplici grazie un confronto maggiormente vario e sfaccettato, non ponendo limiti di fronte a discussioni e permettendo un ragionamento più vasto e vincitore sulla soggettività.
Tra i vari obiettivi che stai cercando di raggiungere nel ruolo di direttore artistico, quale tra tutti sarebbe il più ambito e soddisfacente?
La soddisfazione più grande e reale è riuscire a organizzare il festival tutti gli anni e viverlo al cento per cento. Dopo tutto il lavoro lungo e pesante, che tutti gli organizzatori di festival possono capire, quando il mare si calma, solo allora si può riflettere e comprendere appieno tutto ciò che è stato fatto. Questa è la soddisfazione più grande. L'augurio futuro è raggiungere grandi risultati economici e poter avere una struttura che premi l’impegno di tutti, trasformando questa passione in un vero e proprio lavoro e non in una fatica non retribuita, alimentata sì dall’amore, ma che a stento ci consente di progettare con tranquillità e soprattutto continuità.
31/07/2026, 15:17