CLOROFILLA FILM FESTIVAL 25 - "Chernobyl 40":
come il passato condiziona il presente
Il documentario di
Alessandro Tesei e Pierpaolo Mittica arriva a quarant'anni esatti dall'esplosione del reattore n. 4 della centrale nucleare ucraina – era il 26 aprile 1986 – ma rifiuta la tentazione della semplice rievocazione storica.
Chernobyl40 è infatti un film su come il passato continui, letteralmente, a condizionare il presente. La scelta di assumere uno sguardo a trecentosessanta gradi sugli eventi, emerge fin da subito nella rinuncia della regia ad ergere a protagonista un singolo. Nessun destino individuale a fare da guida, nessun volto scelto per incarnare "la" storia di Chernobyl.
Al suo posto, un coro – bianco, fatto di una moltitudine di voci che si alternano senza gerarchia apparente. È una decisione che Tesei e Mittica, al lavoro sui territori radioattivi da anni, tra fotoreportage e cinema del reale, sembrano portare avanti con piena consapevolezza.
Il film costruisce un tragitto lineare che va dai floridi anni 70 di una cittadina in pieno sviluppo economico, all'attualità più recente dell’occupazione russa, passando dall’esplosione del reattore n. 4 nell’86. La prima parte è dominata dal materiale d'archivio, poi progressivamente le immagini d'epoca lasciano spazio alle voci di persone che raccontano gli sviluppi degli ultimi dieci anni. Un vero e proprio arco narrativo completo.
Pompieri e militari impiegati sul reattore nell'immediato dopo-esplosione e cittadini sfollati il 27 aprile 1986 aprono il racconto, nella parte più legata all'archivio. Man mano che si avvicina al presente, il coro cambia composizione: la guida turistica che nel 2022 accompagnava ancora visitatori dentro la zona di esclusione, gli scienziati che stavano portando avanti un progetto di messa in sicurezza dei reattori, poi interrotto quando l'esercito russo ha occupato l'area, distruggendo anni di lavoro; e la direttrice di una scuola elementare che parla delle sue classi, le seconde generazioni dopo il disastro: in tutta la scuola, dice, solo cinque bambini non presentano patologie riconducibili all'esplosione.
Il punto in cui il film abbandona le immagini d’archivio e proietta le conseguenze sul presente, la radioattività come condizione biologica che continua a scriversi nei corpi di chi è nato decenni dopo, e un progetto di sicurezza che la guerra può interrompere irrimediabilmente da un giorno all'altro.
Accanto alle voci, il film costruisce un secondo livello di racconto tutto visivo, una componente forte di immagini dei luoghi, intrecciata, come accennato, a un ampio uso di materiale d'archivio, soprattutto nella prima parte. È qui che si sente più chiaramente la doppia formazione degli autori, l'occhio da fotoreporter di Mittica, l'esperienza urbex di
Tesei, abituato a leggere le rovine come documento storico.
Il risultato è un documentario che tiene insieme piani diversi – sanitario, ambientale, militare –restituendo un campo più largo di quanto una semplice ricostruzione del disastro nucleare in sé avrebbe suggerito.
07/08/2026, 07:28
Olivia Fanfani