CLOROFILLA FILM FESTIVAL 25 - "Deserti abitati",
Claudio Valerio e Davide De Benedictis
C'è qualcosa di paradossale nel titolo di
Deserti abitati che diventa, guardando il documentario, la sua stessa confutazione: quello che chiamiamo deserto è in realtà uno degli ecosistemi più densamente popolati e delicati del mare. Carlo Cerrano – professore ordinario di Zoologia al Dipartimento di Scienze della Vita e dell'Ambiente dell'Università Politecnica delle Marche, biologo marino che studia da anni il macrobenthos attraverso spedizioni subacquee in Mediterraneo e in ambienti polari e tropicali, oltre che presidente di Reef Check Italia, associazione da lui fondata per la conservazione degli ecosistemi marini – lo dimostra senza bisogno di parole enfatiche, lasciando che siano le immagini a raccontare quei luoghi sottomarini che a un primo sguardo distratto potrebbero sembrare vuoti.
La nitidezza delle riprese in profondità restituisce un microcosmo brulicante: cavallucci marini che si aggrappano a vecchie cime dimenticate sul fondale e divenute a loro volta ecosistema, paguri in perenne trasloco, mini seppie che emergono da uova lucenti per andare a nascondersi subito sotto la sabbia, granchi spazzini che ripuliscono il fondale nel silenzio operoso di chi lavora senza sosta per mantenere il mare sgombro da agenti patogeni. Ogni specie racconta una storia di adattamento, milioni di anni di evoluzione hanno insegnato a questi organismi a scomparire nella sabbia per sfuggire ai predatori, o al contrario a usare lo stesso nascondiglio per cacciare. Il deserto, si scopre, è tutto tranne che immobile: è una superficie viva, in costante negoziazione tra nascondersi e sopravvivere.
Dietro l'incanto delle immagini emerge altresì una tesi precisa e urgente: questo ecosistema, per quanto nascosto e sottovalutato, è un tassello fondamentale per il mantenimento della biosfera marina e della sua biodiversità, e proprio per questo è tra i più esposti alla pressione antropica. Cerrano non ha bisogno di allarmismi, gli basta mostrare la complessità di ciò che rischiamo di perdere per far emergere l'urgenza della sua tutela. Un film che chiede di riconoscere valore dove siamo abituati a vedere vuoto, un invito a ripensare la categoria stessa di "deserto" come costruzione della nostra percezione, più che come dato di natura.
01/01/2050
Olivia Fanfani