L’ALONE - Un racconto sulle distanze sociali e sull’identità
“
L’alone”, diretto da Gian Piero Rotoli, in appena 14 minuti riesce a costruire un racconto intimo e riflessivo che affronta temi come le disuguaglianze sociali, il peso delle classi sociali e la ricerca della propria identità. Prodotto da Lamù Productions, in co-produzione con Vinians Productions e 9K Films, il corto è stato selezionato al
Giffoni Film Festival 2026, nella sezione Parental Experience, oltre alla presenza in concorso in diversi festival.
La protagonista è Grazia, una brillante specializzanda in medicina di appena ventiquattro anni. Sul lavoro appare sicura, preparata e determinata, ma la sua quotidianità si intreccia con un'altra realtà: quella del lavoro della madre, che si occupa di pulizie domestiche e in cui Grazia la aiuta. Due mondi apparentemente lontani convivono nella stessa persona, mettendo in evidenza quanto le origini e il contesto sociale possano continuare a influenzare il percorso individuale.
Il titolo non è casuale. Gli “aloni” sono quelli che rimangono sugli specchi, sui vetri e sulle superfici della cucina, dettagli che la regia insiste a mostrare con inquadrature ravvicinate mentre Grazia pulisce, sia all’inizio sia alla fine del film. Ma l'alone diventa anche una metafora: rappresenta ciò che resta, ciò che non si riesce a cancellare completamente, come le differenze sociali o il rapporto con il proprio passato.
Ambientato a Napoli (o nei suoi dintorni), il corto sfrutta il contesto senza trasformarlo in un semplice sfondo. L'ambiente contribuisce a rendere credibile una storia fatta di sacrifici e di aspirazioni.
Margherita Mazzucco (de L’amica geniale) offre un'interpretazione misurata e convincente, riuscendo a trasmettere molto anche attraverso le espressioni del volto. Al suo fianco, Nunzia Schiano dà vita a una madre autentica e complessa, affiancata da Vanessa Compagnucci. Il rapporto tra madre e figlia rappresenta uno degli aspetti più riusciti del film: un legame costruito sull'affetto, ma anche sulle incomprensioni, sulle aspettative e sul desiderio di emancipazione sempre accompagnato dal senso di colpa.
La regia di Gian Piero Rotoli sceglie un ritmo lento, che potrebbe richiedere un po' di pazienza a chi osserva, ma che nel complesso si rivela coerente con il tono dell'opera. La fotografia e la cura delle inquadrature contribuiscono a creare un'atmosfera intima e delicata, valorizzando anche i dettagli più semplici.
Un'opera che invita a riflettere sul valore dell'identità personale, sul legame con le proprie radici e su quelle barriere sociali che, proprio come un alone su uno specchio, sembrano non scomparire mai del tutto.
31/07/2026, 11:11
Marta Bello