MASTERCLASS - Quando l'intelligenza artificiale dirige la recitazione
Che cosa significa interpretare un personaggio? E quanto può spingersi una guida esterna nel modellare il lavoro di un'attrice o di un attore? Sono alcune delle domande che attraversano "
Masterclass", cortometraggio sperimentale di
Gabriel Montesi, presentato in anteprima nazionale il 19 giugno alla Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro, dove ha partecipato al concorso ufficiale.
Prodotto da NerviTesi e della durata di appena tredici minuti, "
Masterclass" è un esperimento cinematografico che unisce linguaggi diversi, mettendo in dialogo teatro, cinema e intelligenza artificiale.
Al centro della scena c'è un piccolo gruppo di cinque interpreti impegnati nella preparazione di Phaedra's Love della drammaturga britannica Sarah Kane. Più che assistere alla rappresentazione dell'opera, lo spettatore osserva il processo che precede la messa in scena: gli esercizi, le indicazioni, i tentativi di entrare nel personaggio. È proprio questa fase di costruzione dell'interpretazione a diventare il vero oggetto del film.
Lo spazio scenico è volutamente essenziale, quasi asettico, privo di coordinate temporali o geografiche. Sembra un ambiente sospeso, astratto, in cui i movimenti sono ridotti all'essenziale. A governare il lavoro del gruppo teatrale non è un insegnante in carne e ossa, ma un computer dotato di intelligenza artificiale, la cui voce metallica accompagna l'intera esperienza, impartendo istruzioni, correggendo e guidando gli interpreti.
La presenza dell'AI non è soltanto un espediente narrativo, ma diventa occasione per riflettere sul rapporto tra tecnologia e creazione artistica. Le indicazioni offerte dalla macchina - la cui voce narrante è interpretata dal regista - si intrecciano infatti con riferimenti teorici alla recitazione, evocando le riflessioni di Bertolt Brecht e Antonin Artaud.
Il risultato è una sorta di lezione performativa che interroga continuamente il confine tra controllo e libertà espressiva.
Anche sul piano visivo "
Masterclass" sceglie deliberatamente di allontanarsi dai canoni tradizionali e scegliendo una strada sperimentale. La fotografia è caratterizzata da immagini spesso mosse e sfocate, mentre i colori appaiono alterati, quasi irreali. In alcuni momenti compaiono perfino riprese in negativo, che accentuano la sensazione di trovarsi davanti a un'opera volutamente irregolare e anticonvenzionale.
Questa ricerca estetica contribuisce a creare un linguaggio fortemente personale, anche se non sempre di immediata fruizione. La continua instabilità dell'immagine può infatti generare una sensazione di disorientamento, a tratti persino un leggero "mal di mare", rendendo la visione volutamente scomoda. L'impressione è quella di assistere a un lavoro dal sapore quasi amatoriale, ma è una scelta che appare coerente con la natura sperimentale del progetto e con il desiderio di mettere in discussione le convenzioni del racconto cinematografico.
Non esiste una vera e propria trama nel senso classico del termine. Il titolo "
Masterclass" rimanda infatti alla lezione di recitazione che costituisce l'intero impianto del film, più interessato al percorso creativo che a una narrazione lineare. È un'opera che rinuncia alla sceneggiatura tradizionale per trasformarsi in un'esperienza di osservazione e riflessione.
Più che raccontare una storia,
Gabriel Montesi costruisce un laboratorio audiovisivo in cui il cinema osserva il teatro mentre quest'ultimo si confronta con la presenza, sempre più ingombrante, dell'intelligenza artificiale. Un cortometraggio che divide, probabilmente destinato soprattutto agli appassionati di cinema sperimentale, ma che riesce comunque a stimolare una riflessione attuale sul futuro dell'interpretazione e sul ruolo che la tecnologia potrebbe assumere nei processi creativi.
03/07/2026, 15:50
Marta Bello