PESARO 62 - Milcho Manchevski: "Il mio cinema senza compromessi"
Milcho Manchevski è ospite della Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, che gli ha dedicato un omaggio e assegnato il Premio Pesaro Nuovo Cinema alla carriera. Nell'occasione è stato presentato anche il volume "Manchevski: Fiction & Nonfiction" (Ed. Cue Press, 2026) insieme al curatore Ludovico Cantisani.
Quali ricordi ha del Leone d'oro a Venezia con “Prima della pioggia”, la sua opera prima del 1994?
«La ricordo come un'esperienza ambivalente: da un lato fu davvero un'incredibile sorpresa, non solo il premio ma anche tutta l'attenzione che aveva saputo suscitare, dall'altro ho pensato che fosse giunto il mio momento, che era ora, il mio talento e la mia capacità finalmente venivano riconosciuti. Quando ho avuto tra le mani quel Leone, ho capito la vastità della platea che mi si apriva davanti, questo lo ricordo bene».
Ha mai pensato che un premio così importante sia arrivato troppo presto, che l'abbia un po' condizionato per le aspettative che aveva creato intorno al suo lavoro?
«Le circostanze in cui ho realizzato quel film sono state davvero molto difficili, c'era la guerra, non ho mai davvero pensato a cosa sarebbe successo dopo mentre lo facevo, l'unico pensiero era riuscire a completarlo e non era affatto scontato che ce la facessi. E' stata in un certo senso una ricompensa. Ma ricordo una proiezione alla Cineteca di Bologna, poco dopo, era una delle mie prime occasioni di incontro con il pubblico e una signora, che mi riconobbe nei corridoi, mi intimò di non farmi omologare da Hollywood, ora che avevo ottenuto il successo! C'era tante aspettative, soddisfare i criteri che quel film aveva creato, non è stato facile, penso che alcuni dei film successivi sono stati migliori di quello ma sono stati percepiti diversamente, come meno riusciti».
Dopo l'esordio e il secondo film “Dust” nessun'altro suo film è stato distribuito in Italia: come mai secondo lei?
«Sicuramente dipende dal fatto che ho realizzato i film che volevo fare, senza scendere a compromessi di alcun tipo (ed è anche il motivo per cui ci sono voluti sette anni per realizzare “Dust”), non ho mai voluto ripetermi e questo sicuramente non è piaciuto ai distributori. Ma non tornerei indietro per fare film diversi solo per accontentarli. E poi sono davvero pessimo a gestire la parte pratica di questo lavoro... ma il prossimo lavoro è co-prodotto dall'Italia, ho fiducia che possa tornare a essere visto anche qui».
Ha iniziato con i cortometraggi come tantissimi altri, ma non ha mai smesso di realizzarli: cosa trova di speciale in questo formato?
«Ci sono alcune cose, a cominciare dal fatto che tante buone idee che mi vengono non potrebbero reggere un racconto lungo ma non mi sembra un buon motivo per non realizzarle in formato breve! Mi sento liberato dal fatto di poter lavorare con i cortometraggi: c'è meno pressione commerciale, meno persone coinvolte, non devi spiegare proprio tutto, e non sei troppo legato all'aspetto narrativo, puoi essere anche lirico o riflessivo, se ti va. Lo sento più vicino alla libertà delle arti visive, o della fotografia»
A proposito di “Dust”, proiettato in piazza a Pesaro per i suoi 25 anni, cosa ricorda?
«Innanzi tutto voglio dire che raccontare una storia in modo lineare è noioso, abbiamo visto tantissime mutazioni di narrazione negli ultimi due secoli, il cinema dovrebbe riuscire ad attingere dai risultati visti delle altre forme d'arte. In “Dust” la storia si è sviluppata da sé mentre scrivevo e riscrivevo la sceneggiatura, fino a un incastro perfetto. Lo hannno definito “cubista”, per me è un grandissimo complimento. E ci tengo a dire che non esisterebbe questo film senza l'impegno di Domenico Procacci, che io chiamo il “produttore onesto”, che si è speso tantissimo perché si realizzasse».
Per finire, qualcosa sui prossimi progetti.
«Ne ho due pronti, il documentario “Good people”, che è un film spartano e minimalista, con la ribalta lasciata a eroi e sopravvissuti di un tragico evento avvenuto lo scorso anno in Macedonia. Ho un rapporto controverso con il cinema documentario e l'idea di verità, ma in questo caso sono felice di averlo fatto. E poi un film di finzione, “Sister Brother Manhole Cover”, anch'esso co-prodotto in Italia da Ludovico Cantisani e Augustus Color: entro l'anno questo sicuramente verrà presentato».
18/06/2026, 20:17
Carlo Griseri