ISOLE SENZA MARE - La provincia siciliana tra sogni e radici
“
Isole senza Mare”, già dal titolo, apre a uno spazio di riflessione. Un’immagine apparentemente impossibile che diventa metafora, ma anche ossimoro di una condizione esistenziale. Il documentario segna l’esordio alla regia di Greta Baglì, Cecilia Federico, Clara Milazzo, Grace Prestifilippo e Sara Robusto. Un lavoro corale di cinque registe che nella loro prima opera guardano alla Sicilia, la loro terra, lontana dagli stereotipi. Scegliendo, invece, di concentrarsi sulle persone, sulle loro scelte e sui loro desideri.
Attraverso cinque testimonianze, il film racconta la provincia siciliana da prospettive differenti ma accomunate da una domanda di fondo: cosa significa appartenere a un luogo?
C’è Filippo, che ha lasciato la Sicilia per trasferirsi a Bruxelles e inseguire il sogno di diventare architetto. Ce l’ha fatta, ma il successo non cancella il legame con la terra d’origine. Nelle sue parole emerge quel sentimento ambivalente di chi sente di avere due case e, allo stesso tempo, di non appartenere completamente a nessuna delle due. Nel film torna in Italia, lasciando la sua casa per tornare a casa. Un dualismo vero e vivo nella sua anima.
C’è anche una donna che aveva lasciato la Sicilia per studiare regia a Roma, salvo poi tornare nella sua provincia spinta dalla nostalgia e dal richiamo delle proprie radici. C’è chi è rimasto, come il giovane pastore che non vorrebbe allontanarsi mai dalla sua terra e dalle sue pecore, chi invece è tornato per stare vicino alla famiglia e lavorare nell’azienda familiare di onoranze funebri. Infine, c’è Salvatore, che coltiva il sogno di diventare un cantante e guarda al futuro con la speranza di poter diventare qualcuno senza mai tradire se stesso.
“
Isole senza Mare” parla di ritorni definitivi e temporanei, di permanenze. Di sogni realizzati e sogni accantonati. Di aspirazioni che si scontrano con i limiti della provincia, ma anche del legame emotivo con la propria terra. Restare, tornare, andare via: il documentario non giudica nessuna di queste scelte, ma le osserva con rispetto e curiosità.
Lo stile è intimo, a tratti diaristico. Alcune riprese realizzate con il telefono, come quelle di Filippo, contribuiscono a creare una vicinanza immediata con i protagonisti e restituiscono la sensazione di entrare nelle loro vite.
La qualità più preziosa dell’opera è probabilmente la sua umanità. Le registe si soffermano sulle speranze e sulle contraddizioni dei suoi protagonisti. La semplicità del film fa sì che il risultato sia quello di un lavoro autentico.
Ne emerge il ritratto di una generazione sospesa tra passato e futuro, tra il desiderio di partire e l’impossibilità di recidere completamente il legame con la propria terra. Un documentario dolce e sincero, attraversato da una profonda tenerezza per i sogni delle persone e per quella nostalgia che, a volte, riesce a riportarci esattamente nel luogo da cui eravamo partiti.
17/06/2026, 18:10
Marta Bello