PESARO 62 - Edoardo De Angelis: "Con Indivisili
ho curato una separazione dolorosa"
Dieci anni da "Indivisibil", un film davvero deflagrante in quell'annata, arrivato non dal nulla perché era il tuo terzo film, però inatteso e capace di conquistare i cuori della critica e del pubblico, diventato davvero uno dei film italiani più importanti di questi ultimi vent'anni di cinema italiano. Che ricordi hai di questo film, quanto è stato importante per te, come ci sei arrivato?
Allora, stavo vivendo una fase difficile per una separazione dolorosa, in quel momento della mia vita, e cercavo un film, un racconto, una storia ma anche solo un personaggio che mi aiutasse a decifrare questo miscuglio di sentimenti: non era solo dolore, era anche desiderio di andare altrove, era anche desiderio di passare attraverso questo dolore.
In quel periodo Nicola Guaglianone, lo sceneggiatore, viene da me e mi racconta questa suggestione di due gemelle siamesi, cantanti, che con il bel canto danno da mangiare a tutta la famiglia, soltanto che poi a un certo punto scoprono di potersi dividere. Ecco, mi sembrava l'immagine perfetta perché in questo, secondo me, consiste il cinema d'autore, nella possibilità che ha di mettere a fuoco un nucleo tematico caro all'autore attraverso delle immagini emblematiche che possano appartenere a tutti.
Il mio desiderio era che ognuno potesse trovare in questa immagine la propria storia di separazione, la propria idea che per poter crescere bisogna a volte tagliarsi un pezzo, sanguinare, farsi male.
Il film è stato visto in tutto il mondo, ha fatto 150 festival circa, come è stato recepito? L'hai accompagnato tanto in quel periodo?
Sì, l'ho accompagnato abbastanza, non tantissimo però abbastanza. Io ho molta necessità del confronto con il pubblico, quindi amo la conversazione che scaturisce dalla visione del film, è la mia unica occasione di relazione materiale con il pubblico e quindi sono occasioni molto importanti.
Mi ha affascinato vedere come tendenzialmente questo nucleo tematico venisse vissuto non in maniera uguale in tutto il mondo ma con la stessa intensità, perché poi ognuno, non solo per una questione di cultura o di provenienza ma anche proprio di biografia, di storia personale, ognuno ha preso i propri pezzi di questa storia.
La cosa che mi divertiva di più è la reazione a questa lingua così oscura che le due ragazze parlano nel film, che è anche oscura per gli stessi genitori. Ho scelto due ragazze di un paese di provincia, che parlano un dialetto che è incomprensibile agli stessi napoletani, ma non importava. Mi ricordo una volta che Claudio Trionfera mi disse "sembra jazz". Riconosci il pattern, ma dentro c'è un'improvvisazione che è unica, non importa che tu riconosca esattamente le note di quell'improvvisazione, senti cosa quelle note stanno suscitando.
Nella tua carriera poi dopo sei rimasto con il film successivo in quei luoghi, "Il vizio della speranza", poi c'è stato "Comandante", un film anche molto più grande a livello produttivo, ci sono state le commedie di Eduardo e la serie da Elena Ferrante. Quanto è stato importante nella tua vita?
Sicuramente segna una linea di demarcazione nella mia ricerca sul fotogramma. È un film di totale rivoluzione per me in termini cinematografici. È il film che mi ha consentito di trovare veramente la mia voce.
Anche se è il mio terzo, è il primo film in cui io mi sono sentito totalmente a mio agio. Quindi da lì ho cercato di non abbandonare più questa conformità con i miei desideri di racconto. "Il Vizio della Speranza" è molto vicino a "Indivisibili", sono quasi un dittico, ma con "Il Vizio della Speranza" vivo la mia prima esperienza di paternità e quindi cerco di parlare di riconciliazione con una parte di sé stessi.
Concluso quel nucleo tematico, separazione e riconciliazione, poi mi ricordo che ero un po' saturo della mia voce e ho cercato di lavorare sui grandi autori, su Eduardo, su Elena Ferrante, per poi approdare a una storia vera, quella emblematica di un sentimento che mi stava irritando in quel periodo, quando ho fatto "Comandante".
Cosa intendi di preciso?
C'era questa idea bislacca di supremazia degli italiani, non si capisce rispetto a cosa, rispetto a che... una cosa proprio di un'ignoranza insopportabile che ha generato grandi violenze e sofferenze, in mezzo al mare soprattutto.
Mi ricordo come un'epifania il racconto che fece dell'impresa di Salvatore Todaro l'ammiraglio Giovanni Pettorino, un grande uomo che ho incontrato: all'epoca era capo della Guardia Costiera e aveva necessità di dire ai propri uomini come comportarsi in mare, avendo ricevuto l'indicazione di non effettuare i salvataggi. Ti ricordi che i porti erano stati chiusi... Allora lui non poteva esprimersi in maniera apertamente avversa al Governo di cui pure faceva parte, e scelse la via della parabola: raccontò la storia di quest'uomo che in piena Seconda Guerra Mondiale, dopo aver affondato una nave che gli aveva sparato addosso, vide i naufraghi e contravvenendo alle regole di ingaggio dell'epoca che prevedevano di colpire e andare via, li salvò e li portò sulla sua stessa nave fin quando non li lasciò in porto sicuro. Proseguì la guerra, non era un pacifista, era un soldato.
E allora diceva, se anche un fascista ha salvato la gente a mare anche in guerra, ma voi non vi vergognate? No, purtroppo, per niente, lui per i quattro anni successivi a questa sua sortita ha subito fortissime pressioni, la Guardia Costiera ha continuato a salvare la gente a mare senza darne pubblicità, quasi come fosse un'attività eversiva.
Cosa possiamo aspettarci prossimamente?
Adesso ho finito di girare "Il fuoco che ti porti dentro", tratto dal romanzo di Antonio Franchini, anche qui avevo bisogno di dire delle cose e ribalta completamente tutti gli stereotipi sulla mamma napoletana.
17/06/2026, 08:00
Carlo Griseri