Note di regia di "Vivo"
Vivo è una storia profondamente personale che racconta la dipendenza affettiva e l’importanza dell’emancipazione dalla stessa. Ho voluto raccontare in maniera originale e con personaggi non convenzionali una problematica che colpisce sempre più le nuove (e vecchie) generazioni. Lo sfondo è quello della periferia romana, popolata da forme di vita eterogenee , fra cui giovani che vivono di droga, espedienti e basket di strada. Un argomento che mi interessava particolarmente approfondire è quello dei cosidetti “bias cognitivi e culturali ” sul tema dell’omosessualità. Questi ci portano a non pensare a due ragazzi maschi come ad una coppia gay, ma a due amici etero. Se questi sono giovani di periferia poi è molto più facile pensare a loro come spacciatori che a una coppia. La fotografia è studiata per mostrare un continuo progredire verso lo spegnimento delle luci in concomitanza con lo sfibrarsi della relazione fra i due protagonisti. Il momento in cui i due ragazzi sono più in sintonia è evidenziato da una piena luce aperta, quando sono al campetto o mentre contano i soldi; la rapina, il momento cardine del rapporto, invece arriva durante l’inizio del tramonto e si conclude col crepuscolo della spiaggia. I momenti di distanza e di rottura avvengono invece nell’oscurità: la buia notte nell’incontro in cucina tra Carla e Christian o l’opprimente buio delle serrande abbassate in salone nel dialogo tra Manuel e Carla. Il cortometraggio è stato realizzato con un basso budget sulla spinta dello Shortlab di Massimiliano Bruno. Fondamentale nella realizzazione è stato l’apporto dell’associazione I come si chiamano, di Tersite Film e di We Break, le realtà che hanno curato produttivamente l’opera.
Luca Perrone