PRIMO SANGUE - La depressione di una madre e il dolore della figlia
“
Primo Sangue” di
Antonio La Camera è ambientato nella campagna calabrese in cui racconta un tema difficile e delicato: il rapporto tra una madre depressa e sua figlia.
A guidare la narrazione è la voce adulta della figlia, attraverso un voice over continuo in lingua arbëreshe in cui ricorda la sua infanzia.
Lei e la madre vivono in un casale, in un’ambientazione isolata, rurale, sospesa nel tempo. Ricorre spesso l’inquadratura di un ponte, come se fosse un elemento simbolico mai davvero spiegato.
Al centro della storia c’è il dolore della madre. Piange sempre, ma non viene mai detto chiaramente cosa abbia. Una sofferenza quasi proibita da nominare: un abisso, una strana malinconia, una maledizione, ma tutto questo non viene realmente spiegato.
La madre vive nella paura che questa maledizione possa passare anche alla figlia. Per questo la educa in modo duro, severo, a tratti violento. La rimprovera continuamente, anche per gesti minimi - come non aver dato l’acqua agli animali - perché deve “irrobustirla”, prepararla. Come se la sopravvivenza passasse attraverso la durezza.
Uno dei passaggi più forti è quello legato a un rito di passaggio imposto dalla madre: la figlia deve uccidere un tacchino e prepararlo per cena. La bambina inizialmente si rifiuta e la madre le tira uno schiaffo. La bambina ci riprova e ci riesce. La violenza bruta non viene mostrata, ma si gioca tutta sulla parte audio e lascia addosso una forte sensazione di inquietudine.
È una prova che ha qualcosa di rituale, quasi arcaico, ma anche profondamente disturbante.
Il tema della pioggia torna più volte, insieme a un senso costante di attesa e minaccia. I colori sono per lo più scuri e l’atmosfera è tetra.
Ricorre spesso una frase della madre: “Sta per venire a piovere, sta per venire a venire a piovere”. Una sorta di presagio continuo, ripetuto come un mantra. A un certo punto, la bambina decide di non credere più alla madre, trovando le sue parole senza senso. Eppure, nel finale — e solo in quel momento — la pioggia arriva davvero. Come se il film non potesse sfuggire ai suoi stessi segni.
Emotivamente è coinvolgente e non si può non empatizzare con la figlia che si carica di un peso emotivo non suo.
Tecnicamente il film è solido. La fotografia regge bene l’atmosfera, la colonna sonora è uno degli elementi più riusciti e accompagna con coerenza il tono sospeso della storia. Ma sul piano narrativo resta una sensazione di distanza: sembra che la voce narrante dica molto più di ciò che si capisce dalle immagini.
Infatti, il film lascia più domande che risposte. La maledizione è un elemento folkloristico o il regista vuole affrontare il tema della malattia mentale? Il messaggio non è chiaro. La figlia sostiene spesso “se l’avessi toccata l’avrei liberata” e questo sembra alludere molto più a un elemento magico che a una prospettiva sociale.
A tratti la narrazione si fa lenta, quasi statica e alcune scene si allungano più del necessario.
Comunque, “
Primo Sangue” è un film interessante, visivamente coerente e carico di suggestioni, ma che si muove continuamente tra il simbolico e il non detto, rischiando così di risultare eccessivamente enigmatico.
09/06/2026, 15:01
Marta Bello