TULLIO KEZICH - A PROPOSITO DI ME - Dedicato al maestro della critica
Il padre era un fervente antifascista, con la sua cerchia si appartava nei caffè di Trieste, quei pochi posti dove si poteva ancora esserlo, dov’era ancora possibile respirare un’aria diversa, mentre fuori l'escalation fascista stringeva a morsa. Il piccolo Tullio aveva visto Mussolini arrivare al Molo Audace nel ’38 e ne era rimasto folgorato: dalle coreografie, dai proclami, dal fascino delle adunate seguito con fervore nei cinegiornali Luce. Un fascino che nelle sue memorie assume i contorni dell’imbarazzo di fronte all’ingenuità del bambino. Quando ricorda come la dichiarazione di guerra all'Etiopia del ’35 imparata a memoria trasformò lo trasformò in un Duce in miniatura, portato in giro per le colonie dal suo maestro elementare a recitare quei discorsi in perfetto stile balilla. Che la regista
Gioia Magrini usi proprio quello stesso archivio Luce per raccontare tutto questo non è casuale. È il primo dei suoi cortocircuiti formali: lo strumento della propaganda restituisce il racconto di chi quella propaganda la subiva, la eseguiva, e poi avrebbe passato una vita a smontarne i meccanismi.
Chi conosce la critica di Kezich sa che quello sguardo non avrebbe infatti smesso di affilarsi. Decenni dopo, nella recensione a Guerre Stellari, avrebbe apprezzato con riserva la capacità di sintesi spettacolare di Lucas per poi chiudere così: «Spiace, in tutto questo, una certa propensione a rimettere in circolo la leggenda elitaria di una setta destinata a guidare l'universo, i cavalieri Jedi. Slogan come "la forza sia con voi" ricordano i miti del Santo Graal investigati da Julius Evola, il filosofo che Almirante ha definito il Marcuse del fascismo. Torniamo dodicenni, e va bene: ma non in divisa balilla»1. La citazione non è nel film. Ma l'apertura del documentario la evoca con precisione: il bambino che aveva recitato Mussolini è negli anni diventato un critico capace di riconoscere la mitologia del potere anche quando arriva dallo spazio. C'è una continuità sotterranea tra questi due momenti, il bambino al Molo Audace e il critico davanti allo schermo, che il documentario non esplicita mai, ma che il montaggio lascia intuire con intelligenza.
A proposito di me è un documentario costruito attorno alla figura di Kezich usando le sue stesse parole: testi autobiografici letti da Massimo De Francovich e materiali dell'Archivio Storico dell'Istituto Luce, integrati dalle memorie raccolte insieme alla moglie e collaboratrice, nonché critica anche lei, Alessandra Levantesi Kezich. Rinuncia quasi del tutto alle testimonianze esterne, Kezich si racconta meglio di quanto chiunque altro potrebbe raccontarlo, e Magrini ha l'intelligenza di farsi a sua volta da parte. Il montaggio non segue la cronologia ma la logica dell'associazione. Un frammento ne richiama un altro per affinità tematica, è come se i ricordi tornassero alla memoria dettando il proprio tempo a formare una costellazione in cui ogni punto luce rimanda a un altro per corrispondenza.
L'avventura da produttore con Olmi per la "22 dicembre", Il posto, L'età del ferro di Rossellini in televisione che fece scandalo tra i puristi del grande schermo, precedono o seguono l'esperienza teatrale con Squarzina e Missiroli, il quasi-tentativo con Strehler di portare in scena un adattamento televisivo delle memorie goldoniane, progetto che non vide mai la luce per il veto della RAI e che Kezich riuscì comunque a portare in scena a teatro quarant'anni più tardi. E ancora: la folgorazione per il teatro dialettale – quella messa in opera con gli attori che gli ricordò Stanislavskij – e le traduzioni di commedie americane scritte insieme alla moglie, i drammi tratti dalla grande letteratura portati in scena con Squarzina. Più che l’ordine quello che conta è la costante, un uomo che passa dal cinema, al teatro alla televisione senza complessi e senza la supponenza di chi pensa che il mezzo faccia il messaggio. Per Kezich a fare il messaggio era la personalità dietro la macchina da presa, sempre.
Critico sopra ogni ragionevole dubbio, come ricorda Rosi in un saggio raccolto in un volume a lui dedicato, Kezich poteva cogliere in un dettaglio di una scena qualcosa che rimandava a un retroscena produttivo o a un'intenzione del regista che solo chi c'era poteva riconoscere, senza mai però diventare aneddotico.
Il lavoro di
Gioia Magrini di restituzione dell’enorme lascito non pretende mai di risultare esaustivo, dosando interviste e memorie in voce fuori campo, riesce a mettere in scena il metodo critico che
Tullio Kezich adottava sulla pagina: quel procedimento per cui passava dall'osservazione personale a una lettura che lavorava simultaneamente su più livelli, avvicinandosi al lettore gradualmente, alternando registro personale e registro tecnico senza che la distinzione fosse mai netta. Il film riproduce quel ritmo. La forma rispecchia il soggetto. Ed è anche una risposta implicita a una domanda che il documentario non pone mai esplicitamente ma che aleggia su tutto: cosa distingue un critico? Kezich avrebbe detto quello che dice nel film a proposito di Rossellini: qualcuno che vive le cose. La critica è una voce che si forma nel tempo, attraverso le esperienze e i fallimenti.
Sessant'anni di carriera in un'ora. Magrini ottiene qualcosa di più onesto di una biografia: la percezione di una vastità. Quella di un uomo che fin da giovanissimo ha scritto tra gli altri per Cinema, Sipario, Panorama, la Repubblica, il Corriere della Sera – vent'anni qui, vent’anni là – e che dietro tutta questa proliferazione aveva un punto di vista unitario, riconoscibile e suo. Uno sguardo che attraversava i media e i decenni senza perdersi, capace di declinare la propria scrittura in forme molteplici come solo i professionisti della parola sanno fare.
In sala con il patrocinio del SNCCI.
13/06/2026, 08:16
Olivia Fanfani