TULIPANI DI SETA NERA 19 - "Tomoshibi”: Il
documentario di Lorenzo Squarcia che racconta
le cicatrici dello tsunami in Giappone
“
La natura è bellissima e allo stesso tempo spaventosa”. Basta questa frase iniziale per comprendere il cuore di “
Tomoshibi”, documentario finalista al festival Tulipani di Seta Nera 2026, diretto da
Lorenzo Squarcia e prodotto in maniera indipendente da Jumping Flea Production. Un’opera che osserva il Giappone ferito dal devastante tsunami del 2011 senza mai cadere nel sensazionalismo.
Ambientato nella città costiera di Kesennuma, il documentario esplora le vite dei sopravvissuti a quindici anni dalla tragedia, interrogandosi sul rapporto complesso tra essere umano e natura. Non c’è rabbia nei racconti dei protagonisti, ma una malinconia profonda.
Il simbolo più potente del film è il “bochotei”, l’enorme muro antitsunami costruito lungo la costa per difendere la popolazione da future catastrofi. Una barriera necessaria, ma dolorosa. Contemporaneamente distrugge il paesaggio e la vista, ma protegge la vita delle persone. Una divisione prudente e necessaria che separa il mare dalla comunità che per generazioni ha vissuto in simbiosi con esso. Il mare è insieme amico e minaccia: luogo di lavoro, bellezza sconfinata e improvvisa distruzione.
Squarcia riesce a rendere visivamente questa contraddizione attraverso splendide riprese con il drone. Le immagini dall’alto dell’oceano e della costa giapponese sono tra gli elementi più suggestivi del documentario: il mare appare immenso, quasi ipnotico, e proprio per questo ancora più inquietante se si pensa alle onde alte fino a dieci metri che nel 2011 cancellarono intere zone della città.
Tra le testimonianze più toccanti c’è quella di un pescatore che racconta di aver perso la casa in cui era cresciuto e vissuto per quarant’anni, spazzata via insieme a tutte le abitazioni circostanti. Mostra fotografie cartacee della sua vecchia vita, le osserva con nostalgia e confessa di sognare ancora quella casa distrutta. Le fotografie cartacee tornano spesso: non semplici ricordi, ma frammenti concreti di un’esistenza perduta. Commovente anche il momento in cui una madre sfoglia un album insieme ai figli per raccontare loro ciò che accadde durante lo tsunami.
Un altro uomo ricorda invece la distruzione della propria casa e del negozio costruito con anni di sacrifici. Lui e la moglie fuggirono a Tokyo dai figli dopo aver perso tutto, ma decisero comunque di tornare a vivere nella loro città natale. Una scelta che racconta perfettamente il senso di appartenenza che attraversa tutto il film.
Il documentario non dimentica neppure le conseguenze del disastro: una nave cisterna trascinata dallo tsunami prese fuoco, provocando un incendio durato due settimane. Alcuni abitanti ricordano ancora il fumo, il cielo oscurato e la sensazione di vivere in un inferno sospeso tra acqua e fuoco. C’è chi racconta di essersi salvato rifugiandosi in un hotel situato a quindici metri sopra il livello del mare, considerato un posto sicuro. Eppure, il film sottolinea anche l’amara verità di quei giorni: perfino luoghi ritenuti sicuri si trasformarono in trappole mortali. Un contadino, visibilmente commosso, ricorda la morte della moglie proprio in una di quelle aree designate come protette.
Molto forte anche il tema della permanenza del trauma. Alcune persone vivono ancora oggi nelle case temporanee per sfollati, impossibilitate a ricostruire davvero la propria esistenza. Altri continuano a scavare tra le macerie e nei terreni devastati alla ricerca di oggetti perduti: uno dei protagonisti mostra con emozione le fotografie del proprio matrimonio ritrovate dopo molto tempo.
Il ritmo è intrigante, non lineare e originale. Infatti, accanto alle testimonianze dirette dei sopravvissuti, Squarcia inserisce momenti più poetici e onirici, come quello della lettura di una poesia. Ma anche la figura di una donna vestita di bianco che danza accompagnata dalla musica appare più volte nel film come una presenza eterea, quasi una personificazione della speranza o delle persone morte durante la tragedia.
Molto efficace anche l’utilizzo dei filmati d’archivio del terremoto e dello tsunami del 2011, che aiutano a comprendere l’enormità della devastazione. Alcuni luoghi sembrano essersi fermati nel tempo: edifici lasciati esattamente come il mare li ha distrutti, immobili, come cicatrici impossibili da cancellare.
Eppure, “
Tomoshibi” non è un documentario sulla sconfitta. È un film sulla resilienza. Come racconta il titolo stesso, che dal giapponese significa letteralmente “una piccola fonte di luce, lampada, lume, fiamma”. Emblematica la figura dell’anziano che fa volare un aquilone per regalare un sorriso alle persone della città e racconta che proprio quell’oggetto è divenuto simbolo di quei giorni bui.
La sensazione che lascia il documentario è la consapevolezza della fragilità umana di fronte alla natura, ma anche la determinazione a coesistere con essa senza pretendere di dominarla, anzi, rimanendo consci della nostra vulnerabilità.
Il ritmo del film convince grazie all’alternanza tra testimonianze, immagini del mare, paesaggi sospesi e inserti poetici. Una costruzione narrativa che riesce a mantenere viva l’attenzione pur affrontando un tema doloroso e complesso.
Qualche limite però emerge. In alcuni momenti gli intermezzi artistici della danza rischiano di essere lunghi più del necessario, sebbene utili ad alleggerire il peso emotivo della visione. Inoltre, sarebbe stato interessante approfondire maggiormente l’aspetto politico e urbanistico della questione, ma forse l’intenzione del regista era quella di soffermarsi su un’indagine antropologica.
Il documentario non si sofferma solo sul racconto di una tragedia naturale, ma sul modo in cui le persone imparano a convivere con il dolore e con la natura, assieme alla memoria e alla paura che tutto possa accadere di nuovo.
11/05/2026, 10:52
Marta Bello