LA BOLLA DELLE ACQUE MATTE - Un dramedy che racconta un’Italia
sospesa tra macerie, rinascita e contaminazione
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La Bolla delle Acque Matte” è il nuovo film diretto da Anna Di Francisca, presentato in anteprima fuori concorso alla 44esima edizione del Bellaria Film Festival il 10 maggio. Dal giorno successivo, seguirà un tour di proiezioni speciali nelle sale italiane distribuite da Incipit Film in collaborazione con Kio Film.
Ambientato in un piccolo borgo umbro devastato dal terremoto, la regia mette in scena una comunità fatta di personaggi stravaganti, sospesa tra il desiderio di rinascita e il peso delle proprie paure. Il paesaggio, quasi desertico, è uno degli elementi più forti del film: distese agricole, prati verdi e montagne all’orizzonte costruiscono un senso costante di desolazione e attesa. Dei nuvoloni tetri appaiono in cielo durante buona parte del film. Molta natura, pochi edifici diroccati e qualche animale — galline, pecore — sono gli elementi ambientali che descrivono un luogo silenzioso e quasi dimenticato che sembra osservare i personaggi mentre cercano disperatamente di ripartire dopo la tragedia naturale.
Al centro della storia c’è Lorenzo, il sindaco del paese, un uomo di mezza età pragmatico e visionario che sogna di ricostruire non solo l’agriturismo distrutto dal terremoto, ma soprattutto il tessuto umano della comunità. Continua a credere nella possibilità di un nuovo inizio, ma ciò si scontra con una burocrazia soffocante che rallenta ogni tentativo di rinascita. L’ostilità di questi formalismi viene argutamente raccontata in modo ironico, sembra ricordare la sequenza cult di Asterix e Obelix nel palazzo della burocrazia: contraddittoria, lunga, incomprensibile.
In Lorenzo però rimane la speranza, guarda al futuro e immagina un paese aperto, capace di accogliere e trasformarsi. Assieme a lui ci sono Ibri e Talal, due pompieri: il primo proveniente dal Senegal e appassionato di cucina, il secondo un ragazzo afghano taciturno.
Tutti insieme vogliono creare comunità, ma gli ostacoli sono numerosi. Quando Lorenzo propone a Ibri di dare una mano in cucina a Elsa, la storica cuoca dell’agriturismo, iniziano i primi screzi.
Elsa è una delle figure chiave del film ed è l’incarnazione della resistenza al cambiamento. Diffidente verso tutto ciò che appare diverso, rappresenta la paura della contaminazione culturale e sociale. Le sue battute, come quelle di Augusta e di una psicologa eccentrica — arrivata per aiutare le persone a superare il trauma — sono spesso intrise di razzismo e sarcasmo, mostrando il volto più chiuso del borgo. Il contrasto tra loro e Lorenzo diventa così il cuore simbolico del racconto: da una parte chi rimane ancorato al passato, dall’altra chi prova a immaginare una nuova comunità. Tradizione e contaminazione sono i due poli del film.
Il concetto di contaminazione è centrale: di culture, sapori, odori, spezie. La regista costruisce così un racconto fatto di incontri e scontri culturali, dove tradizione e innovazione convivono faticosamente nello stesso spazio.
Simpatici i siparietti sulle spezie “esotiche” come curcuma, cumino, coriandolo e zafferano proposte da Ibri e Talal e ostracizzate da Elsa, Augusta e l’intero borgo.
C’è anche un nemico misterioso oltre all’opposizione del borgo e della burocrazia, un elemento che rimane ambiguo.
Interessante anche l’elemento magico delle Sibille, misteriose protettrici. Molto affascinante anche il tocco surrealista della regista con alcuni effetti speciali “magici” che ricordano “Il Grand Budapest Hotel” di Wes Anderson. Il film, infatti, non resta ancorato a un realismo puro: piccoli tocchi visionari — come gli incubi di Lorenzo — dettagli stranianti e accostamenti insoliti aggiungono alla narrazione una dimensione quasi favolistica.
Tuttavia, talvolta la trama appare poco strutturata e in certi punti pecca la mancanza di chiarezza su alcuni elementi che non vengono mai chiariti fino in fondo, insieme a un finale che lascia un po’ l’amaro in bocca.
La regista sceglie una strada sobria ma efficace. Lo stile è pulito e chiaro, ed è proprio questa semplicità che permette alle dinamiche umane di emergere con naturalezza, lasciando spazio ai paesaggi immobili e alle tensioni interne alla comunità.
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La bolla delle acque matte” è quindi un dramedy che usa la provincia ferita come metafora di un Paese bloccato tra nostalgia e voglia di cambiamento. Un film che parla di ricostruzione materiale ma soprattutto emotiva, interrogandosi sulla possibilità di fare davvero comunità in un tempo segnato dalla paura dell’altro.
Tra ironia, amarezza e improvvise aperture surreali,
Anna Di Francisca realizza un’opera che riflette sul presente italiano attraverso uno sguardo umano e simbolico. Una domanda chiave del film che rimane in mente dopo la visione è: “Cosa vuol dire aiutare gli altri?”.
10/05/2026, 07:29
Marta Bello