Note di regia di "La Strega del Frutteto"
Dirigere questo cortometraggio è stato, per me, tutt’altro che semplice. Non tanto per le difficoltà tecniche, quanto per il peso emotivo che ha accompagnato ogni fase del lavoro. Quando scrivo, parto sempre da un’urgenza: ho qualcosa da raccontare e desidero che lo spettatore ne venga toccato, anche in modo scomodo. Mi interessa creare un’esperienza che possa disturbare, ma allo stesso tempo permetta di riconoscersi nei personaggi e nelle loro storie, instaurando un legame profondo. Ho scelto di ridurre al minimo l’uso del dialogo perché credo che realizzare un cortometraggio o un film basato sulle parole sia estremamente complesso. Il rischio è quello di raccontare troppo attraverso le battute, descrivendo ciò che invece potrebbe essere espresso in modo più autentico con le azioni. Sono da sempre un grande ammiratore di Caravaggio, e infatti le luci e le atmosfere oniriche che ho scelto rappresentano un chiaro richiamo alle sue opere. Insieme al mio direttore della fotografia, Francesco Contini, abbiamo lavorato intensamente sul chiaroscuro, cercando di rendere la luce non solo uno strumento tecnico, ma una vera e propria protagonista della scena, proprio come accade nei dipinti di Caravaggio. Inoltre, ho scelto di adottare una dimensione onirica perché credo profondamente che il cinema abbia, tra i suoi ruoli principali, quello di allontanare lo spettatore dalla quotidianità. Deve essere capace di trasportarlo altrove, in un mondo diverso: quello immaginato dal regista, che lo guida e lo accompagna, ma che poi lo spettatore deve attraversare immedesimandosi nei personaggi. Per questo ho voluto costruire una dimensione sospesa e sognante, così da raccontare una storia d’amore in modo personale e non convenzionale, lasciando spazio all’interpretazione e al viaggio interiore di chi guarda.
Enrico Belisario