Note di regia "L'Estinzione della Razza Umana"
Questo film nasce dal desiderio di raccontare il presente senza cadere nella cronaca. La pandemia del 2020 ci ha segnati tutti e, paradossalmente, sembra già scivolata nell’oblio. La scrittura e la progettazione sono iniziate proprio in quei mesi di isolamento, quando il tempo si dilatava e ogni contatto sembrava impossibile. Non volevo documentare ciò che stava accadendo, ma usare quell’esperienza come detonatore per interrogare chi eravamo – e chi siamo ancora.
Per marcare la distanza dal reale ho sostituito il virus con uno immaginario: stesso potere di diffusione, ma un effetto assurdo, la trasformazione degli esseri umani in tacchini. I tacchini non si vedono mai: il grottesco è solo una deviazione, uno scarto che mette a fuoco il vero centro del film – le reazioni, le fragilità, le dinamiche tra persone costrette a convivere dentro un’anomalia.
La regia lavora per disorientare. Nessuna chiave interpretativa netta, nessun punto di vista privilegiato: lo spettatore si trova, come i personaggi, in un territorio ambiguo, dove le certezze si sgretolano. Per questo, le inquadrature dei vari personaggi sono realizzate spesso con ottiche e distanze differenti, anche all’interno della stessa scena, così da impedire qualsiasi abitudine percettiva e da evitare una prospettiva dominante. Piccole variazioni di focale e di prossimità diventano strumenti di spaesamento sottile.
Il bianco e nero è un omaggio al neorealismo, ma anche un paradosso: un “neorealismo irreale” in cui il passato prossimo sembra più remoto della Seconda guerra mondiale. La macchina da presa segue i personaggi nelle traiettorie emotive, cercando sguardi, esitazioni, vuoti. Ogni scena restituisce la sensazione di essere intrappolati
in un cortile senza vie di fuga, dove anche l’aria è materia drammatica.
Il suono nasce dalla stessa radice temporale del film: il sound design è composto esclusivamente da registrazioni ambientali effettuate a Milano e Roma durante il lockdown del 2020. Strade vuote, echi metallici, silenzi compressi: una materia sonora che porta impressa la memoria di quei giorni e che diventa parte integrante del racconto.
Con gli attori poi ho lavorato a lungo chiedendo a ciascuno di sentirsi il protagonista. Ognuno vive la propria storia come chiave di lettura del film. Ne nasce un gioco di specchi in cui nessuno è secondario, tutti hanno ragione e torto allo stesso tempo. Anche il montaggio segue questa logica di instabilità: alterna ritmo e pause, ma soprattutto evita di stabilizzare lo sguardo, mantenendo la stessa irregolarità delle inquadrature.
Sotto la superficie grottesca e leggera, il film indaga due tensioni fondamentali: il rapporto tra l’essere umano e la società, e quello tra l’essere umano e la natura. È scritto e girato come una commedia, ma il suo centro è tragico:
fa ridere con l’obiettivo di colpire più a fondo e spinge a guardarsi, a interrogarsi sul senso delle proprie azioni in un contesto in cui ogni certezza può dissolversi da un momento all’altro.
In questo spazio di precarietà affiora anche una domanda che attraversa i personaggi e il tempo che viviamo: cosa significa generare – o scegliere di non generare – figli in un mondo che potrebbe non arrivare al 2050 senza attraversare sconvolgimenti, disuguaglianze, carestie e nuove epidemie ancora più devastanti? È un atto di fiducia
o di ostinazione? Possiamo ancora credere nell’essere umano, o siamo già oltre il punto di non ritorno? Il film non dà risposte: lascia che questa tensione tra speranza e disillusione, tra futuro immaginato e presente in frantumi, resti sospesa e si rifletta nei gesti e nei silenzi dei personaggi.
La domanda in fondo è semplice e universale: a cosa ci aggrappiamo, quando tutto sembra crollare? La risposta – individuale e collettiva – finisce per rivelare ciò che è davvero importante per ciascuno di noi.
Emanuele Aldrovandi