TULIPANI DI SETA NERA 19 - “Waithood”: Identità
sospesa tra Napoli e Capo Verde
“
Waithood”, diretto da
Paola Piscitelli e in concorso al festival “Tulipani di Seta Nera”, è un documentario che affronta con sensibilità una condizione esistenziale che riguarda molti giovani con background migratorio. Una realtà sospesa tra il Paese d’origine e quello ospitante, e la fatica burocratica per l’ottenimento dei documenti.
Il protagonista è Mauro, un ragazzo cresciuto a Napoli e originario di Capo Verde, la cui vita sembra bloccata in una lunga attesa per il rinnovo dei documenti, tra angoscia e speranza. Si definisce “metà napoletano e metà capoverdiano”, oppure “3/4 napoletano e 1/4 capoverdiano”. Si sente perlopiù italiano, dato che - anche se nato Africa - ha vissuto soprattutto in Italia. Porta con sé un senso di frustrazione perché ciò non corrisponde ai documenti che possiede: deve rinnovare continuamente il permesso di soggiorno per poter rimanere nel cosiddetto “Bel Paese”. La precarietà che costella la vita di Mauro, però, non riesce ad abbattere la sua forza d’animo e il suo spirito ottimista verso il mondo.
Il titolo richiama proprio questo stato di attesa, una sorta di limbo in cui il tempo passa e i documenti non arrivano. Mauro li attende per poter tornare a far visita a parenti e amici nella sua isola natale, São Vicente.
Nella prima parte del racconto, Napoli appare come uno spazio familiare ma non pienamente accogliente, mentre Capo Verde rappresenta un’origine che nel tempo si è trasformata in qualcosa di distante e quasi irraggiungibile, più immaginato che reale. Quando Mauro riesce a tornare sull’isola, il viaggio si carica di un valore simbolico forte ma non porta a una riconciliazione semplice. Infatti, ciò che ritrova non coincide pienamente con ciò che ricordava, e questo scarto tra memoria e presente diventa il cuore emotivo del film.
Rivede i parenti, ma non i suoi amici d’infanzia, poiché se ne sono andati tutti ed è “tutto cambiato” come sostiene nel documentario.
Il filone narrativo principale è alternato a un video in cui una voce narrante racconta una storia, che sembra essere una leggenda capoverdiana, ma che non viene mai esplicata né contestualizzata bene. Anche la questione dei documenti non viene mai spiegata in modo chiaro da un punto di vista burocratico. Allude senza esplicare. È evidente la spontaneità del documentario e la totale assenza di dialoghi scritti, ma forse sarebbe stato utile chiarire meglio questo tema per una maggiore comprensione dell’importanza della questione, dato che è il tema portante.
Il ritmo è lento, quasi contemplativo, e lascia spazio ai silenzi, agli sguardi e ai dettagli. Le inquadrature sono spesso mosse e disordinate, ma nel complesso emerge un lavoro misurato e interessante, che prova a restituire con onestà la complessità dell’esperienza migratoria. Il tono è speranzoso e la regia risulta interessante nel mostrare questa duplice dimensione, da Napoli - a casa di Mauro, con le sorelle e la madre - a Capo Verde, terra affascinante, ricca di cultura e tradizioni. Vengono esaltate tutte e due le dimensioni del protagonista, entrambi i suoi luoghi dell’anima.
Il finale non è chiaro e non si capisce il motivo per cui Mauro se ne va da casa della madre, né dove vada.
Un altro aspetto delicato riguarda ciò che viene mostrato di Capo Verde quando Mauro riesce a farvi ritorno: oltre ai brevi incontri con i parenti, il centro sembra essere il folklore popolare. Viene dato molto spazio alle riprese di una manifestazione popolare - anch’essa non viene spiegata - che in alcuni momenti sembra il frutto di uno sguardo più occidentale che oggettivo, in cui la popolazione locale viene rappresentata forse in un modo un po’ caricaturale.
“
Waithood” riesce comunque a parlare di temi complessi come cittadinanza, radici, viaggio, identità, senza mai diventare un discorso astratto, bensì restando ancorato alla concretezza di una vita reale. La regista mette al centro la persona prima delle tematiche sociali che rappresentano, pur valorizzando anche queste ultime.
Il film interroga chi guarda su cosa significhi davvero sentirsi parte di un luogo o di una comunità.
Il lavoro colpisce per la sua onestà e, pur nella sua dimensione intima, riesce a parlare a una condizione più ampia: quella delle persone migranti di seconda generazione, costrette ad aspettare un documento e un riconoscimento, mentre cercano o affermano un senso di appartenenza.
20/04/2026, 09:16
Marta Bello