SPIN TIME - CHE FATICA LA DEMOCRAZIA!
- Online gratis contro la minaccia
A Roma l’emergenza abitativa non è una formula burocratica, prende forma negli spazi e nei corpi. Ad aprile 2026, mentre lo spettro dello sgombero pende concretamente sulla palazzina in via di Santa Croce in Gerusalemme 55 – ex palazzo INPDAP all’Esquilino,
Sabina Guzzanti ha messo in atto il suo gesto corsaro: rendere disponibile il suo documentario prodotto nel 2021,
Spin Time – Che fatica la democrazia!.
Un salvagente lanciato nel mare dell'indifferenza istituzionale, l'estremo tentativo di proteggere mediaticamente la palazzina, oggi rifugio per oltre 400 persone, per evitare l'arrivo dei blindati. È un imponente edificio di dieci piani,
Spin Time, 17mila metri quadrati dove convivono 180 nuclei familiari di 25 nazionalità diverse. Dopo anni di abbandono, il palazzo è stato occupato nell’ottobre 2013 dal movimento per la casa Action - Diritti in Movimento.
Un’azione nata per arginare un cortocircuito spietato: l'emergenza romana è infatti figlia di un vuoto strutturale prodotto da un mercato immobiliare drogato, i cui prezzi sono impossibili da sostenere da enti e istituzioni pubbliche per assorbire sfratti e marginalità. In una Capitale messa in ginocchio da un welfare ormai evaporato, questa occupazione sopperisce a una vera e propria emergenza sociale.
Quello che fa Sabina Guzzanti è attraversare questa cittadella con una troupe ridotta e un rapporto di fiducia costruito nel tempo. Tiene a distanza ogni santino politico e scruta un cantiere di rigenerazione sociale perennemente in bilico. Quello che affiora è un organismo in continua tensione.
Il punto più critico riguarda la gestione interna: le assemblee degli inquilini, pensate come strumenti di democrazia diretta, faticano a sostenere il peso della complessità. Nonostante la decisione di eleggere democraticamente e a rotazione un comitato direttivo, i conflitti si stratificano, la rappresentanza si frammenta, le votazioni slittano all'infinito, e tra le sedie riaffiorano inevitabilmente le stesse dinamiche di frustrazione e micro-potere che il centro occupato vorrebbe disinnescare.
In questo vicolo cieco, l'esperimento vira appoggiandosi a un’insegnante greca in grado di trasformare la vita degli occupanti in vera e propria farsa, è il rivoluzionario Teatro dell'Oppresso. Qui la scena diventa uno spazio di lavoro, un punto di rottura narrativo e sociale: il palcoscenico diventa interpretazione dei conflitti reali interni e dei cinici attacchi esterni alla struttura.
Il confronto si fa diretto, incisivo. Guzzanti stessa dismette i panni dell'osservatrice per calarsi in scena nel ruolo dell'oppressore. Indossa spesso la maschera della giornalista d'assalto, cinica e sferzante, braccando occupanti sprovvisti di difese per inoculargli gli anticorpi dialettici necessari a sopravvivere alla manipolazione dei media. Allo stesso tempo, la simulazione teatrale disinnesca le mine interne.
Lontano dall'arena inquisitoria dell'assemblea, scambiandosi le parti in uno spazio protetto, gli inquilini abbassano i toni febbrili del conflitto. Mettendo e rimettendo in scena i propri difetti e i torti subiti, la comunità tutta scardina le proprie certezze, aprendo spiragli inaspettati verso soluzioni comuni che la rigidità del comitato non avrebbe mai permesso di scovare.
Sotto il profilo strettamente tecnico, questa moderna polis assume una veste inaspettata quando la regia pesca un dettaglio architettonico minore – un bassorilievo di scarso pregio storico, ma narrativamente fulminante, che sembra esser stato murato nell'edificio proprio per incarnare visivamente la vertiginosa polifonia di voci del palazzo – e lo anima in un dissacrante racconto nel racconto.
Attraverso l’animazione, le figure prendono vita per commentare gli eventi, innestando un contrappunto giocoso e straniante sui drammi quotidiani. A fare da controcanto a questa dimensione favolistica interviene una grammatica visiva nervosa e carnale: la macchina a mano respira addosso ai volti, si stringe ai corpi.
L'obiettivo non giudica dal buco della serratura, ma è parte integrante del gruppo; azzera le distanze e ci tira dentro, trasformando noi spettatori in occupanti. Seduti accanto a loro. Vicini, in ascolto. Il grigio palazzone statale si ridefinisce così come un crocevia di voci, attraversato da tensioni reali in cui l’arte assume una funzione vitale. Il teatro dell’oppresso lavora come dispositivo politico prima ancora che culturale: una riformulazione contemporanea del teatro greco, fondata sul conflitto come pratica condivisa e sulla partecipazione come esercizio continuo.
Guardare
Spin Time oggi significa spogliarsi della retorica da salotto per afferrare una verità cruda: laddove le istituzioni arretrano e la speculazione divora la città, c'è ancora chi tenta la disordinata, titanica impresa di preservare forme di convivenza per restare umani.
15/04/2026, 08:22
Olivia Fanfani