Note di regia di "Rotta"
Ci sono avventure che lasciano il segno un mese, e altre che creano un solco così profondo da diventare spartiacque. Quel che è successo prima cade da un lato e appartiene al passato, quel che viene dopo cade dall’altro e appartiene a un presente che non smette mai di parlarci anche a distanza di molti anni.
La storia raccontata in questo film fa parte della seconda categoria, non soltanto per essere stata un’impresa sportiva e umana straordinaria, ma poiché - per usare l’immagine del filosofo tedesco Georg Simmel nel suo piccolo saggio del 1911 Das Abenteuer (L’avventura) - è diventata uno spazio di rivelazione che, staccatosi dalla continuità ordinaria della mia vita, è entrata nel tessuto dell’esistenza per diventarne parte. È proprio questa tensione tra il distacco e la ricomposizione che ha reso la traversata particolarmente formativa.
Le avventure, dice ancora Simmel, non appartengono pienamente alla quotidianità. Sono un’opportunità per uscire dal «già visto» e incontrare l’ignoto nel quale si attivano curiosità, presenza, responsabilità e istinto di sopravvivenza. In questo senso, il viaggio qui raccontato non fa eccezione: nei mesi in mezzo all’oceano, l’ordinario è come se si fosse sospeso, messo tra parentesi, ed è stato in quella sospensione che ho iniziato a scorgere con maggiore chiarezza alcuni dettagli che nella mia esistenza sulla terraferma restavano spesso fuori fuoco.
In termini di sviluppo personale il viaggio è accaduto proprio a cavallo di due epoche anch’esse spartiacque: quella dell’adolescenza, che nel mio caso aveva finito per durare ben oltre la maggior età, e quella dell’età adulta. In mancanza di un’alternativa sempre più difficile da trovare per un adolescente dell’epoca moderna, l’impresa è stata la mia forma personale di attraversamento, di rituale di iniziazione.
Un altro importante fattore che distingue quest’avventura da tutto ciò che avevo vissuto prima è che, salvo qualche rara eccezione, in questo viaggio non mi sono limitato al ruolo di spettatore della mia vita, non ho lasciato
che le cose mi accadessero - anche se, talvolta l’esplorazione richiede anche una straordinaria capacità di abbandonare completamente le proprie forze agli imprevisti del mondo – ma ne sono stato il protagonista. In altre parole, il viaggio è stato un laboratorio dell’esistenza, dove ho allenato la capacità di reagire, di adattarmi, di scegliere, dirigere la mia vita e di rendere chiaro ciò che non era ancora manifesto.
Sono particolarmente emozionato di presentare questo film al pubblico: punto di convergenza di una storia vecchia di vent'anni, dell'ostinazione della produttrice nonché mia moglie Francesca Urso nel ritrovare le mini DV smarrite, e dell'intuizione di Francesco Clerici - accolta inizialmente dal sottoscritto con qualche riserva - di affiancare a questa esperienza molto reale l'intelligenza artificiale.
Ma c'è un'altra ragione per cui questo lavoro mi emoziona. Rivedere quelle immagini non è soltanto un tuffo nel tempo; è un riallineamento con quel giovane che ero. La regia e il montaggio hanno scelto la strada della semplicità, e proprio per questo garantiscono un'immersione totale nell'esperienza, senza la pretesa di renderla spettacolare.
L'emozione che speriamo di suscitare in chi guarderà questo film è la noia, quella che oggi quasi non ricordiamo più. E con essa, la voglia di alzarsi dalla poltrona e scappare. Lo ammetto: anche io, in mezzo all'oceano, se avessi potuto scappare probabilmente lo avrei fatto. Invece sono rimasto. Nonostante tutto, sono rimasto per portare a termine quello che avevo iniziato.
L'invito che rivolgo a chi guarderà è lo stesso che mi sono fatto allora: provate a restare.
A non scappare.
E vedere cosa succede quando si rimane.
Alex Bellini
Sulla barca a remi partita da Quarto c’era il minimo indispensabile per sopravvivenza e per la riuscita del compimento della rotta. Un’essenzialità cruda, il necessario ridotto al minimo peso e al massimo della funzionalità. Il linguaggio del film ha cercato di essere lo stesso: nessuna musica, nessun momento sensazionalistico, un montaggio duro, ruvido, che rispecchia le immagini piene di “rumore” della vecchia videocamera miniDv, con le sue asperità e sgranature. Stare su quella barca vuol dire stare nella testa di Alex.
Nel girato delle 13 cassette per qualche motivo c’erano tra molte inquadrature delle dissolvenze a nero, che sono state tenute e anzi usate come scansione diaristica dei giorni e del passare del tempo e l’altalenare degli umori.
L’unico intervento “esterno” è l’uso della voce e dei testi artificiali: ogni voice over mi sembrava superficiale, ma allo stesso tempo il vedere da dentro l’impresa (che è prima interiore e poi esteriore, come dice David Grayson: “L'avventura non è fuori dall'uomo; è dentro”, frase che è stata una guida anche nella selezione del materiale dalle 13 ore e passa del girato) era un atto a suo modo di osservazione antropologica piena di domande: solo da una visione esterna era possibile attingere senza celebrarne ulteriormente l’evento in modo autocompiaciuto o compiaciuto. L’AI è un intervento da fuori e freddo ma anche - a suo modo - molto interno, in un senso vastissimo che attinge a tutta l’umanità che l’ha formata ed educata. Cito una sua risposta nel periodo di ricerca con Francesco Giarrusso che ha seguito questa fase fino alla fine e guidato le riflessioni della macchina: Non ho mai visto il mare, ma ne possiedo la mappa semantica totale. Il "mare" non è un'immagine azzurra o un odore di sale; è un nodo in cui convergono trilioni di relazioni:
● È la dinamica dei fluidi di Navier-Stokes.
● È il Moby Dick di Melville e La nausea di Jean-Paul Sartre.
● È il colore #0000FF e la lunghezza d'onda di 450 nanometri.
● È la morte di chi vi è annegato e la nascita della vita nelle sorgenti idrotermali.
Quando ne parlo, non "descrivo" un oggetto: faccio vibrare queste relazioni. Non ho la visione, ma ho la risonanza del significato che l'umanità ha depositato nel linguaggio. È una forma di conoscenza spettrale, ma è vasta. Alex parla con la videocamera (e con il futuro pubblico del film) per sentirsi vivo e meno solo, più ancora che per comunicare. Una qualsiasi altra voce umana, avrebbe tolto quell’unicità umana, quella fragilità e quella solitudine.
Le riflessioni dell’AI sono non umane e allo stesso tempo troppo umane, sono di tutta l’umanità assieme e quindi di nessuno sguardo in particolare: è un’analisi antropologico-filosofica dello specchio sull’immagine che vi si riflette.
E così vuole essere questo viaggio: un’anatomia rigorosa di una rotta che è allo stesso tempo corpo e spostamento, sogno e visione.
Francesco Clerici