RUEDI GERBER - "Tatti è stata una scoperta sorprendente"
Rispetto al suo rapporto con Tatti, lei si è innamorato subito di questo piccolo borgo perché in qualche modo era già nei suoi sogni? Esserne venuto a conoscenza è stata la materializzazione di qualcosa che aveva già immaginato e desiderato? Oppure l'incontro con Tatti è stata una sorpresa, rivelatrice?
Ruedi Gerber: Tatti è stata una scoperta sorprendente, perché in realtà ci sono arrivato per caso, dopo essermi perso. Stavo cercando un luogo tranquillo, con una bella vista. Ne sono rimasto molto colpito: non mi aspettavo nulla del genere, ero semplicemente alla ricerca di una casa dove trovare pace.
Come hanno vissuto i cittadini di Tatti la presenza della sua telecamera? Quanto tempo ha lavorato al film?
Ruedi Gerber: Poiché i rapporti con le persone sono cresciuti in modo naturale, si è creato fin da subito un clima di fiducia nei miei confronti, e la presenza della telecamera non ha dato alcun fastidio. Anzi, è stata accolta con piacere. Ho lavorato al film per circa quattro anni, nel periodo successivo al Covid, tra riprese e montaggio. Ho inoltre utilizzato anche riprese girate 20–30 anni fa.
Alcuni registi internazionali hanno già dedicato film e serie tv alla bellezza della Toscana, purtroppo però cadendo nei soliti stereotipi: il buon cibo, il vino, la vespa, Italia come luogo in cui sbocciano gli amori. Pur essendoci alcuni di questi elementi, il suo film sembra essere riuscito a non cadere nei luoghi comuni tipici della narrazione italiana e toscana nei film, come ci è riuscito?
Ruedi Gerber: Mi sono concentrato su ciò che queste persone, che vivono qui a Tatti, significano per me. Volevo raccontare il loro amore e il loro profondo legame con questo luogo. Mi interessava anche il tema universale dello spopolamento dei borghi, un fenomeno che si può contrastare avviando nuove attività agricole e reinserendosi così nel tessuto della vita contemporanea della Maremma. Proprio perché mi sono concentrato su queste relazioni, tra agricoltura e borgo, tra borgo e agricoltura, e soprattutto tra le persone, non ho mai sentito il bisogno di ricorrere a cliché. Volevo semplicemente raccontare la verità. Nel senso di “una rosa è una rosa è una rosa”, citando Gertrude Stein. Durante il lavoro al film ho capito sempre di più che stavo realizzando una vera e propria dichiarazione d’amore: alle persone e al luogo, non a un’immagine stereotipata, ma a una storia che ho vissuto in prima persona. Sono personalmente allergico ai cliché sulla Toscana nei film, perché non corrispondono alla realtà. Vivere in Maremma è molto duro. E, come spiega la canzone Maremma Amara, lungo il cammino si perde anche qualche penna. Quello che mi interessa davvero è l’amore per questo pezzo di terra sotto il cielo, e la fiducia reciproca che nasce quando si condivide questo legame. È da qui che nasce un’autenticità che non si può fingere.
I piccoli borghi possono rappresentare una risorsa per un futuro più sostenibile? In certo senso, si può affermare che le risposte per affrontare il nostro futuro, si trovano le passato?
Ruedi Gerber: È una domanda molto rilevante. Sognare il futuro significa sempre, in qualche modo, sognare anche il passato. Questi borghi ci trasmettono un senso di misura umana, di comunità a dimensione contenuta, fatta di amicizie ma anche di contrasti, e di quella sensazione di protezione: dal vento, dalle intemperie, persino da eventuali minacce. Questo senso di protezione condivisa, radicato forse nel passato, ci dà la forza di immaginare il futuro. Un futuro che cerchiamo proprio perché desideriamo, anche emotivamente, preservare ciò che conta: la nostra vita, il nostro lavoro, le nostre relazioni. Questo bisogno naturale di sostenibilità, nel senso di preservare la continuazione delle attività, plasma lo spirito di questi luoghi, finché restano vivi. Per questo il senso di sostenibilità in fondo è un sentimento rivolto al futuro. Come tutto questo si realizzerà concretamente non è prevedibile, ed è proprio questo a lasciare spazio alla curiosità: cosa può nascere dal senso di comunità? In francese si dice “reculer pour mieux avancer”, fare un passo indietro per andare avanti: forse è proprio questa la chiave, sentire il passato per costruire il futuro. Un paese moderno in un mondo antico. Per me sono decisive le relazioni umane, quelle che fanno progredire il mondo. Per questo ho realizzato un film che si concentra soprattutto su questi legami: tra me, i protagonisti e gli spettatori, cercando di trasmettere un senso di apertura. Un’apertura di cui abbiamo bisogno. Questa apertura deve però essere radicata in una realtà concreta, fisica (qui, in particolare, quella dell’agricoltura), ma anche nella bellezza dei grandi panorami aperti. Nel film ho curato molto anche la musica e il suono, affinché immagini, suoni e musica si intreccino tra loro: lo sguardo diventa musica e la musica diventa immagine, l’emozione diventa immagine e l’immagine diventa emozione. Attraverso questa costruzione emotiva raggiungo il pubblico, che può così riconoscersi nel film e trasferire queste emozioni nella propria vita, nei propri sogni e desideri. In questo modo il film acquisisce una dimensione universale, perché questa situazione può essere ritrovata in tutti i villaggi rurali del mondo, in tutti quei luoghi trascurati dalla globalizzazione e che oggi vengono riscoperti e talvolta riportati in vita.
Come reagisce il pubblico alla visione del documentario? Pensa che qualcuno, imitando ciò che lei ha fatto, stia in questo momento decidendo di lasciare la città per trasferirsi nel borgo antico, magari dopo la visione del suo film? Oppure sta semplicemente prendendo in seria considerazione questa possibilità?
Ruedi Gerber: Il pubblico, in tutte le proiezioni a cui ho assistito, reagisce in modo molto emotivo: è profondamente toccato, coinvolto. Molti si portano la mano al cuore e dicono di essersi molto commossi. Credo che entrare in contatto con i propri sogni e desideri possa dare la spinta per trovare il coraggio di seguirli, qualunque essi siano. Questo non significa necessariamente trasferirsi in campagna. Il film è prima di tutto una dichiarazione d’amore. E una dichiarazione d’amore si può ritrovare ovunque nella propria vita. L’importante è amare. Penso però che i sogni restino sempre un trampolino verso il futuro. È un atteggiamento creativo fondamentale, che personalmente cerco di coltivare e che vorrei incoraggiare in chiunque. È proprio nella creatività che si pensa di dover immaginare cose che ancora non esistono, ma in realtà può essere molto più semplice. Ricordo di aver letto molti anni fa una frase su van Gogh: “Non immagino, semplicemente ricordo”.
16/04/2026, 15:55
Elisabetta Vagaggini