Note di regia di "L’Ultimo Atto"
La regia de "
L’Ultimo Atto" nasce dalla volontà di trasformare una sceneggiatura densa e simbolica in un’esperienza pienamente cinematografica. Fin dall’inizio abbiamo cercato di raccontare la malattia non solo come tema narrativo, ma come alterazione dello spazio, del tempo e della percezione. Il film si apre con il primo piano di un volto femminile angelico, quasi fosse una musa ispiratrice. Solo più avanti questa figura rivela la propria natura ambigua, trasformandosi in una presenza che accompagna Gregorio verso la fine. Ci
interessava che sin dall’inizio il film abitasse una dimensione sospesa tra visione, memoria e realtà. Anche lo spazio scenico è stato pensato in questa direzione. La stanza ottocentesca in cui Gregorio si risveglia non è soltanto un luogo fisico, ma una rielaborazione della sua malattia e, insieme, del suo ultimo atto creativo. Gregorio entra dentro ciò che ha scritto, dentro una scena teatrale che progressivamente si deforma e si rivela per quello che è: uno spazio mentale prima ancora che reale. Per restituire questa frattura abbiamo costruito il film su un doppio punto di vista. Da una parte c’è lo sguardo interno di Gregorio, segnato dal disorientamento, dal disagio e dalla perdita di controllo: utilizzando la Snorricam e lenti distorte, abbiamo voluto tradurre visivamente il suo smarrimento, rendendolo parte integrante della regia. Dall’altra ci sono inquadrature più fisse e composte, pensate come uno sguardo esterno, quasi fosse quello del pubblico. Questa alternanza era per noi fondamentale, perché permette al film di esistere contemporaneamente come esperienza interiore e come rappresentazione. Anche la direzione degli attori si è costruita su questo equilibrio. Volevamo che Gregorio mantenesse una verità emotiva fragile, naturale e confusa, mentre Babiuc e Albert avessero un’energia diversa, più fisica e a tratti volutamente teatrale. La loro recitazione doveva infatti restituire il tentativo continuo di improvvisare, di rimettere Gregorio dentro il percorso dell’azione e condurlo comunque fino al finale. Nel finale, quando Gregorio prende coscienza della propria condizione e accetta di portare a termine il suo ultimo gesto, il film trova il suo centro. "
L’Ultimo Atto" diventa così, per noi, un racconto sull’accettazione della fine, ma anche sulla resistenza dell’atto creativo: la morte può colpire il corpo, ma non riesce a cancellare del tutto ciò che un essere umano riesce a lasciare attraverso l’arte.
Daniele Burti e
Pietro Scarpino