BIF&ST 17 - IGOR. L’eroe romantico del
calcio, intervista a Luca Dal Canto
Presentato in anteprima alla 17ª edizione del BIF&ST – Bari International Film&Tv Festival fuori concorso nella sezione non competitiva “A SUD” il documentario “
IGOR. L’eroe romantico del calcio” di
Luca Dal Canto, dal 30 marzo distribuito da Piano B Distribuzioni in sale selezionate.
Sceneggiato dal regista con Alberto Battocchi e Anita Galvano, il documentario racconta la vita e la carriera di Igor Protti, riminese, bomber di provincia, Igor Protti è un campione di dedizione e professionalità, l’unico giocatore che è riuscito a vincere quattro volte la classifica capo-cannonieri in tre categorie differenti (in Serie A nel 1995-96, in serie B nel 2002-2003 e in serie C nel 2000-2001 e nel 2001- 2002) e che ha fatto parlare di sé per la capacità di farsi amare e ricordare in tutte le piazze calcistiche in cui ha giocato – Bari, Lazio, Messina, Napoli e Livorno. Un calciatore “anomalo”, umile, riservato, un esempio ancora oggi per i tifosi e gli amanti del calcio autentico. Abbiamo intervistato Luca Dal Canto.
Il film evoca un calcio profondamente romantico, un calcio che forse oggi non esiste più. Secondo lei Igor Protti rappresenta davvero il simbolo di un’epoca che si è un po’ persa?
“Sì, esattamente: non esiste più. E noi volevamo raccontare proprio questo. Al di là di Igor Protti, che è ovviamente il protagonista ed è un mito per me e per gli altri autori, essendo di Livorno, lo è per noi come per i baresi e per tutte le città in cui ha giocato. Il nostro obiettivo era raccontare quel lato romantico, nel senso più ampio del termine, di un calcio ma anche di un’epoca che non c’è più. Parliamo degli anni ’90 e dei primi 2000: un periodo magari più difficile sotto certi aspetti, ma anche più affascinante, più emozionante. Per questo abbiamo lavorato molto anche sul linguaggio visivo: il passaggio dal formato 16:9 delle interviste contemporanee al 4:3 dei materiali d’archivio, delle televisioni private, serve proprio a restituire lo sguardo di quegli anni, così come li vivevamo. In quel calcio, figure come Protti, le cosiddette “bandiere”, regalavano non solo prestazioni sportive, ma un forte senso di appartenenza e identità. Sono valori che ho vissuto personalmente e che hanno avuto un’enorme importanza culturale, storica e sociale per i territori. Bandiere ce ne sono state molte, penso a Maldini, Baresi, Baggio, ma legate a grandi club. Protti, invece, pur essendo un grande campione e capocannoniere in Serie A, ha scelto di restare nelle realtà di provincia. Ha avuto occasioni per fare il salto, ma ha preferito stare con le squadre “più deboli”, aiutandole a sognare e, in alcuni casi, a raggiungere traguardi storici”.
Infatti è un calciatore un po’ anomalo. Oggi più che mai, ma anche in passato, i calciatori tendono a essere divi: lui invece no. Come ha vissuto, da parte sua, un documentario in suo onore? Come avete lavorato insieme?
“Glielo abbiamo proposto nel novembre 2024 e lui è stato subito entusiasta, anche se non si aspettava affatto che qualcuno volesse fare un documentario su di lui. Questo dice molto della sua umiltà. È stato disponibilissimo: ci ha seguito e continua a seguirci, nonostante la malattia. Durante le riprese è venuto con noi ovunque, da nord a sud, in tutte le città in cui ha giocato, per ritrovare quell’affetto. E devo dire che siamo rimasti colpiti: a Bari e Livorno ce lo aspettavamo, ma anche a Napoli, a Roma sponda Lazio, a Messina, dove ha giocato decenni fa, è come se ci avesse giocato ieri. Lui è molto contento del film. E per noi era giusto raccontarlo, anche al di là del legame personale: è stato l’unico capocannoniere in Serie A retrocesso nello stesso anno, ha rinunciato a contratti importanti per riportare il Livorno in Serie A dopo 55 anni. È davvero una figura di eroe romantico: uno che non sempre vince, che conosce anche la sconfitta. Raccontiamo, ad esempio, una finale persa in cui si chiude in bagno a piangere. È un antidivo. Anche nelle immagini d’archivio, quando era capocannoniere, appare sempre timido, pacato, quasi fuori contesto rispetto al calcio di oggi. È proprio un altro modo di vivere tutto”.
Quanto è stato importante raccontare il rapporto con le tifoserie?
“Fondamentale. A Livorno e Bari è quasi una figura alla Maradona, per capirci. Questo ha reso anche più semplice coinvolgere tifosi e rappresentanti delle curve, sia storici sia attuali. Abbiamo cercato proprio quelle persone che vivevano le curve negli anni ’90, ma anche tifosi delle altre città, come Messina e Napoli. L’obiettivo era raccontare non tanto la carriera in senso cronologico, quanto il rapporto umano che ancora oggi esiste. Portarlo in giro per le città era centrale: volevamo mostrare questa dimensione di umanità, che è la vera chiave del film”.
Come pensa che le nuove generazioni guarderanno a una figura come Protti?
“Intanto spero che lo vedano. Credo che il film abbia un forte valore didattico e pedagogico, soprattutto per chi vuole fare calcio. I giovani oggi non conoscono affatto quel tipo di calcio: per loro è quello attuale, fatto di VAR, highlights immediati sul cellulare, tutto veloce. Manca anche l’attesa, l’emozione di non vedere una partita e aspettare il giorno dopo per scoprirne il risultato. E soprattutto hanno un’immagine dei calciatori come divi, spesso senza un vero legame con le maglie che indossano. Protti, invece, aveva un principio molto chiaro: anche indossare una maglia una sola volta comporta una responsabilità enorme, perché significa rappresentare la storia di una città, di un territorio. Oggi questo si vede molto meno. Per questo spero che i ragazzi capiscano che il calcio non è solo successo, soldi o sponsor. Molti giovani pensano subito a quello, ed è una realtà. Ma storie come quella di Igor dimostrano che si può diventare qualcuno restando profondamente legati agli altri, mettendosi al servizio di una comunità, di un’identità. Noi speriamo di portare il film anche nelle scuole proprio per questo”.
28/03/2026, 18:01
Caterina Sabato