LA BAMBINA DI CHERNOBYL - Il passato non resta sepolto
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La bambina di Chernobyl" è l’opera prima del regista
Massimo Nardin, che si cimenta in un film drammatico, dai toni cupi e thriller.
Il titolo è significativo e conduce subito il pensiero al disastro di Chernobyl del 1986, ma il film non ha un’intenzione documentaristica, bensì ha come obiettivo quello di raccontare un dramma familiare unito a un tragico evento storico. In questo intreccio, emerge la connessione tra i drammi di un Paese e quelli degli individui che sono costretti a subirne le conseguenze per generazioni. In questo, il film centra il punto. S’inserisce perfettamente tra la memoria collettiva e quella personale, familiare.
Tutto si svolge in una sola notte, quella più cupa per eccellenza: il 31 ottobre, Halloween, ed è ambientato ad Ancona, nelle Marche. Se l’inizio stupisce, ricco di vita dei bambini e delle bambine della città in maschera, alla ricerca di dolcetti tra case e negozi, nel momento in cui bussano alla casa del co-protagonista Christian (interpretato da Vincenzo Pirrotta), la festosità si rompe.
Christian è il figlio del noto pasticcere della città appena defunto, e lui, esule, deve fare i conti con questa perdita. Appare come un uomo burbero, tenebroso, quasi misterioso. Il suo essere cupo ricorda i personaggi presenti in alcune opere del celebre scrittore Niccolò Ammaniti. È un uomo di mezza età, solo, malato, descritto come “cattivo”.
Ritirato nella sua solitudine e nel suo dolore, alle prese con la preparazione di una sontuosa torta nuziale, viene bruscamente interrotto da una visita inaspettata: l’arrivo di Nina (
Yeva Sai, attrice in Mare Fuori), una giovane ucraina legata al passato della famiglia dei pasticceri.
La ragazza si presenta in un pessimo stato fisico, semi svenuta, e crolla tra le sue braccia.
Da questo incontro nasce un confronto intenso fatto di segreti familiari, sensi di colpa e ricordi mai davvero sepolti. È stata mandata dalla madre, rimasta intrappolata nella guerra a Kyiv. Per quale misterioso motivo?
Una notte, due personaggi, una busta segreta e un’atmosfera tesa, intima. Il film ricorda molto i kammerspiel (dramma da camera), della corrente del cinema tedesco degli anni ‘20, e come questi, si concentra su una narrazione intimista e sulla psicologia dei personaggi.
Le verità sommerse che emergono nel corso del film sono sempre più scioccanti, e quando sembra che la situazione sia chiara, in realtà, l’ulteriore verità che si cela dietro è ancora più macabra.
La tensione emotiva è alta, ma non si può certo dire che si tratta di un film apprezzabile da tutti, e forse non vuole nemmeno esserlo. Non sembra volersi adattare al cinema “pop”, anzi, ha una spinta autoriale decisa. Il ritmo è molto lento, più riflessivo e introspettivo che narrativo. Non c’è azione, non c’è dinamismo. Tutto il racconto si basa su lunghi silenzi, alcuni dialoghi taglienti tra Christian e Nina, e piccoli gesti. I lunghi silenzi e la fotografia noir lasciano tutta l’attenzione sui non detti, del passato come del presente, e sulle emozioni che provano i due protagonisti. Entrambi coinvolti nello stesso dramma, alla ricerca di perdono e redenzione. Tra amicizia, amori, passioni e scabrosità.
Non è un film né facile né leggero, ma lascia qualcosa: una riflessione sulla memoria e sulle conseguenze invisibili della storia.
25/03/2026, 20:41
Marta Bello