Note di regia di "Chi Sale sul Treno, Ultimo Viaggio Palermo-Lourdes"
Questo film vuole raccontare il significativo incontro tra la dimensione del viaggiare in treno e la pratica del pellegrinaggio. Se la prima, per sua natura lenta e contemplativa, è in grado di rimettere il passeggero alla sua dimensione umana e sociale, l’incontro con il fenomeno del pellegrinaggio assurge l’intero fenomeno a un rito collettivo carico di significati più profondi di quel che l’apparenza dice.
Nel nostro mondo, sempre più tempestato sensorialmente dai mezzi di comunicazione di massa e improntato sul modello edonistico della società dei consumi, la sofferenza esiste soltanto nella dimensione della sua spettacolarizzazione. Senza dimenticare come la stessa società abbia trasformato il tempo della vita in un tempo dai toni futuristi, incentrato quindi sulla velocità (nel nostro caso sarebbe meglio dire “sui treni ad alta velocità”) e su un dinamismo esasperato che deforma l’immagine delle cose.
Durante la narrazione lo spettatore non scende mai dal treno - o quasi - ma si aggira costantemente tra i corridoi dei vagoni e le numerose cabine, e assume, per quanto possibile, il punto di vista del treno stesso: uno sguardo denso e ferroso che viene dal passato, che si posa interrogante sul mondo esterno fatto di cartelloni pubblicitari a LED e di catene di negozi identiche e anonime in ogni stazione ferroviaria.
Un altro fattore da non trascurare nella volontà di portare avanti questo progetto è certamente il senso di urgenza: quello raccontato potrebbe essere l’ultimo viaggio del Treno Bianco proveniente da Palermo.
Questa è una storia da raccontare e ci rimane poco tempo per farlo. Ma come mai, dopo 120 anni, questo pellegrinaggio -inteso in questa forma, sia chiaro - è destinato a morire? Non è sufficiente tenere in considerazione l’aspetto anacronistico. Certo, viviamo nel 2025 e un viaggio in treno di 50 ore ci sembra una follia, se consideriamo che un aereo impiegherebbe soltanto un paio d’ore per raggiungere Lourdes. Ma questo non è sufficiente, deve esserci una ragione più profonda, connaturata con l’evoluzione - o l’involuzione magari - della religione cristiana, prima ancora che con quella tecnologica dei mezzi di trasporto. Attraverso i nostri protagonisti, soprattutto Rosella, cerchiamo di capire perché questo sarà il suo ultimo viaggio, perché non vediamo più sul treno i giovani credenti di una volta, perché non riescono più a riempire il mezzo soltanto con gli associati della loro sezione e sono quindi costretti ad unirsi ad altre, solo per poter dividere i costi di noleggio.
Più in generale, perché ci troviamo di fronte ad una sorta di “decadenza” del cristianesimo e delle sue pratiche arcaiche? Al tempo stesso, è impossibile non soffermarsi sui concetti di dolore e di sofferenza.
La matrice cattolica di questo viaggio ci ricorda come siano una parte fondamentale del cammino di purificazione e incontro con Dio. Mentre per certa filosofia il dolore rompe l’ordine armonioso dell’esistenza, nel cristianesimo siamo di fronte ad un cambiamento totale di paradigma: il modello di vita è il Cristo sofferente, e la sua Passione assume una funzione salvifica. Il problema allora non è più liberarsi del dolore, ma accettarlo come strumento di redenzione.
La scelta di viaggiare in treno può forse essere letta sotto questa luce: il treno rappresenta il mezzo che permette ai pellegrini di purificarsi tramite il sacrificio del viaggio prima di inginocchiarsi di fronte alla Madonna di Lourdes. Cos’è il Treno Bianco allora? Forse è una bolla, un non-luogo dove salgono i pellegrini che cercano un senso alla loro vita, magari un senso di appartenenza, a sé stessi prima ancora che alla società. Spesso, a causa della loro disabilità, alcuni malati vivono infatti l’esperienza del viaggio sul Treno Bianco come l’unica possibilità di progredire, di avanzare. E non mi riferisco soltanto ad un avanzamento geografico, quanto piuttosto ad un avanzamento sociale. Come riassume perfettamente una pellegrina Unitalsi: “Lourdes - e quindi anche il viaggio per raggiungerla - si offre ai malati come il posto in cui poter essere pienamente sé stessi, il luogo in cui la propria disabilità non è vista come un limite che impedisce di socializzare e di abbracciare la realtà circostante”.
Lourdes rappresenta per loro il luogo in cui la loro sofferenza trova un senso. Un senso di evoluzione e non di regressione sociale, di comunione e non di esclusione. Quale mezzo migliore del treno allora?
Un mezzo che dilata il tempo, un mezzo che restituisce al passeggero una dimensione sociale ormai persa, un mezzo puro, un mezzo bianco.
Valerio Filardo