BIF&ST 17 - Intervista a Vincenzo Marra, regista di "Era"
In uscita il 26 marzo e presentato in concorso alla 17esima edizione del Bif&st di Bari nella sezione “Per il cinema italiano”, “
Era” di Vincenzo Marra è una commedia dal tono agrodolce che intreccia memoria, famiglia e incontro tra culture. Protagonista è Lina, un’anziana napoletana energica e indomabile, interpretata da Dalia Frediani, che rifiuta di lasciarsi definire dall’età e continua a governare con ironia e determinazione la propria vita e quella dei suoi figli. Quando un malore la costringe a non poter più vivere da sola, l’arrivo di Amilà, una badante dello Sri Lanka estranea alla lingua e alle tradizioni locali, dà vita a un incontro inatteso. Da questo rapporto nasce un racconto che, tra leggerezza e malinconia, riflette sull’identità, sull’invecchiare e sulla possibilità di superare le distanze culturali. Abbiamo intervistato il regista.
Questo film nasce da un ricordo, quello di sua nonna, è, in un certo senso, un omaggio. Com’è stato portare sul grande schermo qualcosa di così intimo?
“Sicuramente l’idea di ripartire da qualcosa di molto profondo, come il rapporto con mia nonna, è stata alla base di tutto. Poi, grazie alla meravigliosa invenzione del cinema, si può spaziare, avere fantasia, immaginare mondi diversi. Molte scene, dialoghi e personaggi li ho custoditi dentro di me per quarant’anni, prima di metterli su carta e poi sullo schermo, questa dimensione è molto presente nel film. C’è stata però anche una componente emotiva che non avevo previsto. Ricordo che, durante i sopralluoghi ad agosto, ho girato una Napoli deserta in motorino, approfittando del fatto che la città fosse vuota per le vacanze. Ho deciso di attraversare tutti i luoghi della mia famiglia: la mia casa, quella di mia nonna, la scuola di mio padre, i luoghi legati ai miei genitori. È stato quasi un viaggio onirico, al tramonto, in cui mi sembrava di rivedere persone della mia vita che non ci sono più. In quel momento ho capito che sarebbe stato un viaggio emotivamente importante. Questa sensazione è rimasta anche sul set: dovevamo far ridere, mantenere il tono della commedia, ma dentro c’era sempre quella malinconia legata alle persone che non ci sono più. Grazie al cinema, però, sono riuscito in qualche modo a restituire loro una memoria. È stato un viaggio tra bellezza e malinconia".
Dalia Frediani interpreta Lina, le ricordava sua nonna in qualcosa?
“Lei aveva qualcosa che non ho trovato in nessun’altra: quella stessa grinta, il ritmo nel parlare, una certa sfrontatezza, e anche la musicalità della lingua napoletana usata in modo diretto. Nessun’altra si avvicinava a quel ricordo. Ed era una scommessa fondamentale, perché il personaggio non doveva essere la classica figura materna accogliente. Certo, accoglie tutti, anche fisicamente, con quella porta sempre aperta, che è una metafora forte nel film, ma nel confronto è tutt’altro che rassicurante. È una donna dura”.
Infatti è un film che parla anche di integrazione.
“Credo che molti autori abbiano delle vere e proprie ossessioni. Io ne ho alcune molto chiare, e quella dell’integrazione, dei mondi che si incontrano, ritorna in diversi miei film. Qui volevo cambiare registro, avvicinarmi alla commedia, ma restare fedele a me stesso nei contenuti. Ed è una cosa di cui sono molto contento: non mi sono snaturato. Nel mio primo film, “Tornando a casa” del 2001, c’era un augurio quasi profetico: che il Mediterraneo, che separa ma allo stesso tempo unisce Europa e Africa, potesse diventare simbolicamente più piccolo, che i confini si riducessero. Il film uscì il 7 settembre 2001. Quattro giorni dopo, il mondo è cambiato. Io, invece, no".
È riuscito a seguire il consiglio di Mario Monicelli?
“Avevo un bellissimo rapporto con lui. Mi stimava molto. È stato un privilegio per me entrare in contatto con grandi registi che, dopo aver visto i miei lavori, hanno voluto incontrarmi: Rosi, Scola, Bertolucci, Angelopoulos, fino a Scorsese. Tra questi, Monicelli era forse il più distante dal mio percorso. Ma aveva visto dei miei documentari su Napoli, dove c’era molta ironia, e mi disse: “Tu hai un altro braccio, un giorno lo userai anche nella finzione”. Io continuo a seguire ciò che sento, a volte nasce un film molto drammatico, altre volte no, ma mi sono fidato di quella intuizione. Forse davvero avevo quest’altro “braccio”. Non so se sia vero, ma questo è stato il percorso".
24/03/2026, 19:02
Caterina Sabato