BIF&ST 17 - Intervista a Davide Angiuli, regista di "Cattiva strada"
Nella sua opera prima, “Cattiva strada”,
Davide Angiuli racconta un intenso romanzo di formazione ambientato nella periferia di Bari, la sua città, in cui il protagonista, Donato, è alla ricerca di una soluzione per pagare le costose cure mediche di sua nonna affetta da Alzheimer. Intrappolato nella piccola criminalità albanese, dovrà scegliere se salvare sé stesso o le persone che ama. “Cattiva strada”, in concorso alla 17esima edizione del Bif&st di Bari, e dal 26 marzo al cinema con Notorious Pictures, con protagonisti Malich Cissè e Giulio Beranek, è legata in parte all’esperienza del regista, ai suoi ricordi, a una città dalla quale si è allontanato, mantenendo però un forte legame. Lo abbiamo intervistato.
Il tuo è un esordio che restituisce una Bari ruvida, quasi elettrica, anche grazie alla colonna sonora. Che tipo di esperienza è stata raccontare la città in cui sei cresciuto attraverso questo sguardo?
È stata una conseguenza inevitabile. Sono cresciuto in queste strade, la mia infanzia e la mia adolescenza sono profondamente legate a Bari. Quando ho sentito l’esigenza di raccontare la solitudine di un personaggio, ho capito che l’unico modo per farlo davvero era ambientare la storia in un contesto che conoscessi fino in fondo. Solo così potevo restituirla con autenticità, senza il rischio di raccontarne una versione filtrata o artificiale. In questo senso è stato anche un processo terapeutico. A un certo punto ho dovuto lasciare Bari e trasferirmi a Roma, perché stavo imboccando strade sbagliate. La distanza, però, ha cambiato la prospettiva: mi ha permesso di riconoscere anche ciò che di buono c’era in quel rapporto, come in tutti i legami quando li guardi da lontano. Oggi torno spesso e la vedo come una città in piena trasformazione, sempre più viva, aperta, internazionale.
Quanto c’è di autobiografico nel personaggio di Donato e nella sua storia?
Molto, anche se non in senso strettamente narrativo. Il film è autobiografico nelle tematiche e nei contesti. Ho vissuto direttamente certi ambienti: la strada, i vicoli, le feste, i rave, i club. Per anni ho ballato breakdance, ho attraversato quegli spazi e incontrato persone che in qualche modo sono confluite nel film. C’è sicuramente un lavoro di osservazione, ma prima ancora c’è un vissuto personale. E, come Donato, ho cercato più volte di sfuggire alla solitudine, percorrendo strade diverse, alcune sane, altre più problematiche. Il punto di arrivo, però, è lo stesso: la consapevolezza che dalla solitudine non si può davvero scappare. È qualcosa con cui bisogna imparare a convivere. Può essere scomoda, persino feroce, ma va compresa e accettata. Solo così, in qualche modo, diventa anche liberatoria.
Le scelte registiche sembrano costruire una costante sensazione di compressione: pochi campi larghi, primissimi piani, una musica martellante. Era un effetto cercato?
Sì, era esattamente l’obiettivo. Volevo che lo spettatore provasse la stessa sensazione di isolamento e mancanza di punti di riferimento che attraversa Donato. Tutto il film è pensato per generare questa esperienza. Abbiamo lavorato in questa direzione su più livelli: l’uso di un’unica ottica, molto stretta, che isola i personaggi dal contesto; le numerose scene girate in macchina, uno spazio che allo stesso tempo protegge e soffoca; e la musica, una techno incalzante che non accompagna ma contrasta, che non lascia respiro. L’idea era quella di evitare qualsiasi zona di comfort e mantenere costantemente lo spettatore dentro quella tensione.
23/03/2026, 18:44
Caterina Sabato