DERIVA - Danilo Monte: "Dobbiamo tornare per strada e girare"
Dopo l'anteprima al festival di Pesaro e al Laceno d'oro, "
Deriva" di
Danilo Monte è pronto a incontrare nuovamente il pubblico in un piccolo tour (in progress) composto al momento da tre tappe: la prima sarà martedì 24 marzo alle 21 al cinema Greenwich di Roma, mentre mercoledì 25 alle 20,30 sarà a Napoli all'ex-asilo Filangieri. In chiusura, mercoledì 1 aprile appuntamento al cinema Massimo di Torino.
"Deriva" è presentato come il tuo primo lungometraggio di fiction, ma è davvero difficile trovare una definizione unica che lo rappresenti... Lo avete creato tu e il tuo protagonista, Mario D'Ambrosio.
Il patto tra noi due era quello di prendere quello che c'era, la sua casa, il suo studio, le sue opere e da lì inventare, giorno per giorno, un personaggio costruito quindi su elementi veri ma completamente inventato. Mi rivedo molto in Mario, e quindi nel costruirlo ci ho messo spaesamento, solitudine e riflessioni che mi appartengono.
C'era un'idea iniziale che è caduta il primo giorno di riprese: siamo quindi andati totalmente a braccio ma con paletti molto rigidi (il protagonista doveva essere uno solo, girato quasi in un luogo solo, con cautele tecniche per fare riprese e suono insieme, azioni pensate sempre tra qualcosa che è accaduto e qualcosa che deve accadere).
Tutti i giorni avevamo piani molto precisi, una cadenza quasi militare, poi da lì ci muovevamo in estrema libertà.
Ci siamo calati totalmente in un mondo in cui c'era solo quello che stavamo costruendo, solo io e lui, con una dedizione totale alle idee. Un processo che col cinema industriale sarebbe stato impossibile, una dimensione creativa estrema e anche faticosa. La troupe ero soltanto io.
Pensi sia un modello ripetibile?
E' di certo un modello faticosissimo (sia per farlo, il film, sia per farlo vedere dopo), ma deve essere replicabile, è la mia speranza per il cinema del futuro, è uno dei motivi per cui l'ho fatto: dobbiamo tornare per strada e girare, senza pensare a bandi, lab, selezionatori, etc... senza pensare alle regole di piattaforme che impongono ciò che deve piacere al pubblico, è un grado zero da cui ripartire per costruire qualcosa di nuovo.
Rispetto a un po' di tempo fa mancano canali alternativi, ora sembra di essere piombati nel mondo del pensiero unico, le strade sono precluse se non ti adegui: se esorto qualcuno a lavorare in questo modo deve sapere che si resta ai margini, ma è forse il motivo per cui farlo. Vedere film solo come forma di intrattenimento è una cosa che combatto da sempre, un film ti deve spingere a fare un lavoro come spettatore, se vuoi staccare la mente per un paio d'ore guardi altro.
Chi è Mario D'Ambrosio e come lo hai conosciuto?
Ci conosciamo fin da ragazzi, è stato attore nei primi due corti, poi siamo stati in collettivi politici insieme, a Bologna al DAMS, a Genova nel 2001 eravamo insieme, eravamo molto amici, poi siamo andati in città diverse e ci siamo un po' persi.
Siamo tornati quasi per caso a sentirci ed è nata l'idea del film, volevamo che parlasse di questo, di cosa è rimasto di quei tempi, a noi e alla nostra generazione. Abbiamo conosciuto l'analogico, la fine del comunismo e delle ideologie, l'arrivo di internet, Genova e le botte, ora ci lecchiamo le ferite e ci chiediamo come mai eravamo poveri e senza possibilità ma con chiare idee sul futuro. Oggi mi sembra che anche i giovani non ne abbiano più... Come riverbera tutto questo dal punto di vista esistenziale?
Starei ore a riprendere Mario, nel silenzio riesce a far uscire questa sensazione di navigare alla deriva... ma fare il film è stata anche una reazione a tutto questo, deriva è anche la parte della barca che le consente di andare dritta e non essere troppo in balia delle onde. C'è l'obbligo di pensare al futuro, nonostante tutto.
Conoscevo già le sue capacità, Mario è una persona molto sfaccettata, la sua lucidità e reattività è stata fondamentale, continuava a propormi nuove traiettorie narrative, è stato un lavoro di simbiosi fantastico, non avevo dubbi. Il film l'ho scritto a tasselli, i fatti sono meno importanti delle sensazioni.
Tutto questo progetto di cinema è riassunto nel nome FAI Cinema.
Sì, con Alessandro Aniballi abbiamo pensato a questo collettivo-manifesto, in cui muoversi senza intermediari, pensando solo all'applicazione dell'idea, all'ispirazione... oggi ci sono troppi step intermedi per fare cinema, arrivi esausto alle riprese, sempre se arrivi. Per uno che riesce, centomila non ce la fanno. E' un sistema che non ha senso.
Il nostro gruppo è pronto ad allargarsi, anche il prossimo film di Alesandro sarà FAI Cinema, di progetto in progetto si vedrà se e come ampliarsi, non ci sarà un contratto che ci lega ma un'idea che esortiamo chiunque ad abbracciare.
Ora procediamo con la distribuzione, sempre in totale autonomia. La partecipazione alla Mostra di Pesaro ha dato molta attenzione mediatica al progetto, per ora le date sono poche ma va bene così, è un inizio importante.
20/03/2026, 12:43
Carlo Griseri