Note di regia di "Orcolat"
Sono nato nel 1981. I miei si erano sposati nel ’74 e nel ‘76 erano pronti ad avere un figlio.
Crollò la tromba delle scale dell’appartamento in cui stavano a Codroipo, mio padre - originario di Buja - ebbe molto da fare tra varie ricostruzioni legate alla sua famiglia, l’idea di fare un figlio fu rimandata. Sono cresciuto ascoltando molto spesso racconti su quel grande trauma, gradualmente ho iniziato a percepirlo come uno spartiacque collettivo tra un prima e un dopo.
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Orcolat" nasce dal desiderio di raccontare il terremoto del Friuli non come un evento concluso, ma come una presenza ancora attiva, un movimento sotterraneo che continua a interrogare il territorio, la memoria e l’identità di chi lo abita. Fin dall’inizio ho sentito la necessità di costruire un racconto capace di tenere insieme mito e realtà, scienza e leggenda, passato e presente, evitando qualsiasi forma di pacificazione o di retorica commemorativa.
La scelta di affidare la narrazione a Bruno Pizzul è stata centrale. La sua voce porta con sé un Friuli arcaico, atavico, fatto di misura, oralità e silenzi: un mondo che il sisma del 1976 ha in parte cancellato. Pizzul non è solo un narratore, ma un testimone del tempo, una voce che attraversa il film con una distanza sobria e profonda, capace di evocare ciò che non c’è più e, allo stesso tempo, di restituire il peso della consapevolezza maturata negli anni.
Sul piano visivo ho lavorato per mantenere viva un’inquietudine costante, mai risolta. Le immagini di repertorio non sono trattate come documenti chiusi nel passato, ma messe in relazione con il presente, affinché il terremoto continui a farsi sentire nei luoghi, nelle architetture ricostruite, nei volti, nella quotidianità della prevenzione scientifica. La macchina da presa osserva superfici apparentemente stabili, lasciando emergere la tensione latente che le attraversa, come se il sisma potesse sempre tornare a manifestarsi.
La dimensione sonora è stata pensata come un magma vivo, in movimento continuo sotto il racconto. Le musiche originali di Lorenzo Commisso non accompagnano semplicemente le immagini, ma le attraversano, creando una materia sonora profonda e instabile. Accanto a questo lavoro, Eric Guerrino Nardin ha costruito un sound design stratificato e sottilmente inquieto, lavorando sulle frequenze, sui vuoti e sulle vibrazioni per dare forma a una trama inconscia che segue l’andamento del film, come un’eco sotterranea del movimento tellurico di cui parla Paolo Rumiz.
Il montaggio di Elia Risato è stato un lavoro paziente e artigianale, capace di tenere insieme materiali estremamente eterogenei in un dialogo costante e aperto. In un continuo confronto sul senso e sull’immaginario complessivo del film, Elia ha contribuito in modo decisivo a dare forma visiva all’Orcolat, arrivando persino a ripescare immagini della propria infanzia per ritrovare un’immagine primigenia dell’orco, un archetipo capace di parlare all’inconscio prima ancora che alla ragione.
Fondamentale è stato anche l’apporto di Debora Vrizzi, che ha saputo individuare il modo giusto per rendere visibile l’inquietudine del sisma. Con lei è stato fatto un lavoro approfondito sulla scelta dei luoghi, cercando spazi in cui il mistero del terremoto potesse emergere senza essere spiegato: la Grotta Gigante, le Grotte di San Canziano, Casera Mimoias, i dintorni del Monte San Simeone. Luoghi in cui la bellezza e l’oscurità convivono, e dove si avverte fisicamente la presenza di una forza che non può essere dominata, ma solo ascoltata.
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Orcolat" è, in definitiva, un film sull’ascolto: della terra, delle sue fratture visibili e invisibili, e delle storie che continuano a muoversi sotto la superficie del tempo.
Federico Savonitto