JASTIMARI - IL RIFUGIO - Mistero e tensione
Una casa nel bosco, una vita familiare condotta in una sorta di isolamento al riparo dal mondo “là fuori”, misteriose presenze che minacciano la tranquillità del focolare domestico: gli ingredienti per percorrere la “via italiana all’horror” ci sarebbero, anche perché ci troviamo sulle Madonie, i protagonisti parlano uno stretto dialetto siciliano e le dinamiche relazionali che fanno sconfinare l’autorità di un padre/padrone in una sorta di devozione religiosa estrema creano nella parte iniziale di
Jastimari un bel clima di mistero e tensione.
Il problema, caratteristico ormai di un tipo di horror che fatica a riplasmare nel contemporaneo gli stilemi della classicità, è il mantenimento di queste premesse, il perdurare di quella tensione. Se i boschi passano dall’essere un rifugio (questo il sottotitolo del film) al rappresentare un potenziale nido del pericolo, l’interazione tra due famiglie che si trovano a convivere inizia a far scricchiolare la sceneggiatura, mentre l’evolversi degli eventi pare piegarsi a una necessità di gusto granguignolesco che richiama Dario Argento e un certo cinema degli anni Ottanta.
Nonostante la regia di
Riccardo Cannella presenti una notevole cura sia nei giochi di fuoco sia nella composizione delle inquadrature, sottolineando in modalità differenti l’isolamento dei protagonisti anche quando condividono lo stesso spazio, è la progressione narrativa a non convincere fino in fondo. Pur con una storia che sulla carta sembra funzionare, il secondo film dell’autore siciliano si inceppa in corso d’opera, forse per una cattiva gestione dei tempi, forse penalizzato da interpretazioni non sempre efficaci, forse perché arriva fuori tempo massimo nelle sue allusioni a pandemie e mascherine per isolarci dai virus.
È un peccato, perché nel tentativo citazionista di rielaborazione di topoi classici del genere più che di singole opere (dalle ormai imprescindibili riprese aeree che rievocano Shining alle soggettive scrutanti gli alberi che paiono circondare una nuova versione del Village shyamalaniano, passando per i vari Cabin Fever e simili), l’autore di U scrusciu du mari costruisce un microcosmo sospeso in un tempo indefinito, in cui l’ingresso dirompente della contemporaneità appare (anche visivamente) ambiguo e violento.
Pur nel lodevole tentativo di far riflettere lo spettatore sui pericoli della modernità (il cellulare come strumento fallace di orientamento nella realtà), Cannella sceneggiatore inserisce in una trama semplice tanti temi importanti (le contrapposizioni interno/esterno e cultura naturale/civiltà tecnologica, la stregoneria, la paranoia post-pandemia, la paura del contagio, la rivalità tra sorelle e la complicità tra fratelli…) ma inciampa nella gestione del susseguirsi delle azioni/reazioni dei protagonisti. Per contro, la fotografia di Daniele Ciprì restituisce alla perfezione un preciso mood immersivo, al contempo claustrofobico e agorafobico, in una realtà che richiama certa iconografia puritana seicentesca cinematografica alla The VVitch.
Va dato merito a Cannella di camminare con convinzione lungo la suddetta via italiana all’horror già percorsa da Paolo Strippoli con "
A Classic Horror Story" (in co-regia con Roberto De Feo) e soprattutto con il più recente "
La Valle dei Sorrisi". Se qui forma e contenuto non vanno sempre a braccetto, ci resta, alla stregua di monito, quello sguardo finale reciproco, indagatore e sospettoso, in cui forse i personaggi si riconoscono allo stesso tempo vittime e carnefici, l’uno all’occhio dell’altro.
20/02/2026, 09:00
Alessandro Guatti