BERGAMO FILM MEETING 44 - Cinema d’Animazione: *pinscreen*
In un presente sempre più pervaso dai nuovi orizzonti dell’intelligenza artificiale, l’artigianalità di alcune tecniche di animazione ci tiene ancorati all’idea che la creatività umana non può essere rimpiazzata, manifestandosi nella sua genialità e unicità. Così, la sezione di animazione di
BFM 44 si concentra su una tecnica tanto affascinante quanto complessa nella realizzazione, capace di collocarsi al confine tra cinema, incisione, fotografia e scultura, e il cui nome coincide con lo strumento con cui viene realizzata: lapinscreen.
Inventata nei primi decenni del Novecento, questa tecnica si basa sull’utilizzo di un dispositivo meccanico, lo schermo di spilli (écran d’épingles), costituito da un telaio che, attraversato da una superficie piana e bianca, accoglie una matrice regolare di spilli metallici neri disposti a quinconce. L’illuminazione radente e obliqua sul piano consente alle estremità degli spilli di proiettare ombre di diversa intensità e lunghezza, determinate dal grado di sporgenza di ciascuno: attraverso l’impiego di oggetti di qualsiasi genere (rulli, cucchiai, monete, anelli, …) l’animatore interviene manualmente arretrando o facendo avanzare gli spilli, in modo tale da modulare le ombre proiettate e costruire l’immagine attraverso le tonalità di grigi, piuttosto che per mezzo di linee. Il processo di animazione avviene mediante la ripresa fotogramma per fotogramma: la macchina da presa è posizionata perpendicolarmente allo schermo di spilli, montato in posizione verticale, e dopo ogni scatto la configurazione degli spilli viene leggermente modificata, generando una progressiva trasformazione dell’immagine. Le sequenze così ottenute producono un’animazione di estrema finezza, in cui il movimento nasce da minime variazioni materiche e luminose, conferendo alle immagini un carattere evanescente e onirico.
Lo schermo di spilli è brevettato negli anni Trenta da Alexandre Alexeïeff e Claire Parker, che successivamente ne studiano le possibilità all’interno dell’animazione. Lavorano con uno schermo composto da 240.000 fori e spilli, e con questo realizzano, nel 1933, Une nuit sur le Mont Chauve, ispirato all'omonimo poema sinfonico di Modest Petrovič Musorgskij: attraverso la metamorfosi di figure in una successione libera da ogni logica narrativa, il film raggiunge un esito poetico che ricalca con grande efficacia la sostanza musicale dell’opera. Il perfezionamento dello strumento e della tecnica permette poi alla coppia di artisti di comporre il prologo e l’epilogo di The Trial (Il processo, 1963) di Orson Welles: sebbene si tratti semplicemente di un montaggio di scene fisse, l’inquietudine trasmessa nel romanzo incompiuto di Franz Kafka, da cui il film è tratto, si fa materica proprio grazie all’uso del pinscreen.
Tornano poi all'animazione vera e propria con Le nez (1963), film dove il racconto grottesco di Nikolaj Vasil'evič Gogol' serve come spunto per rievocare l'atmosfera culturale della Russia ottocentesca.
Quando, nel 1973, Alexandre Alexeïeff e Claire Parker tengono un workshop presso il National Film Board del Canada, tra i presenti c’è anche un giovane Jacques Drouin (1943 – 2021) che vede in questa tecnica lenta, artigianale e altamente sperimentale le sue infinite possibilità, innamorandosene e diventando ufficialmente l’erede artistico della coppia. Le paysagiste del 1976 è la sua prima prova con tale strumento: 10.800 “disegni” per 7 minuti di film, un virtuosismo straordinario che lascia un segno indelebile nello spettatore.
Oggi esistono soltanto due modelli di pinscreen ancora operativi al mondo: uno in Canada, utilizzato presso il NFB, e l’altro in Francia, conservato dal CNC. Quest’ultimo, denominato Épinette, è composto da circa 270.000 spilli ed è stato rimesso in funzione grazie al lavoro di Michèle Lamieux, artista straordinaria che in Le Grand ailleurs et le Petit ici (2012) mette in scena un racconto filosofico e semi astratto in quattro atti, dove protagoniste sono le particelle che costituiscono l’universo. Più tardi, nel 2024, realizza Le tableau, costruito interamente sulla figura tragica di Marie-Anne d’Asburgo e basato sull’opera pittorica di Diego Velasquez “Ritratto di Maria Anna d’Austria” del 1652: attraverso la pinscreen il quadro prende vita e si trasforma, mostrandosi nei suoi meravigliosi dettagli.
La natura materica di questa tecnica ha favorito, nel corso degli anni, l’interesse di autori provenienti da settori differenti: illustratori, grafici, cineasti d’avanguardia e artisti visivi. Ma è ancora più interessante osservare come, nell’ambito dell’animazione mondiale, autori e autrici spesso associati a uno stile di disegno o a una tecnica di animazione ben precisa nel corso della loro carriera abbiano sperimentato con la pinscreen. Florence Miailhe, per esempio, da sempre associata all’animazione della pittura a olio su vetro o stoffa (è candidata agli Oscar 2026 per il suo ultimo cortometraggio Papillon, realizzato proprio con questa tecnica), in 25, Passage des oiseaux (2016) gioca con le luci e le ombre degli spilli, alternando scenari diurni e notturni, mutando gli elementi e ottenendo, così, un risultato quasi fiabesco. A sua volta Pierre-Luc Granjon, che in genere predilige l’animazione tradizionale, il cut-out e la puppet animation, usa la pinscreen in modo sorprendente: si dimentica delle linee e lavora con le masse, i contrasti, l’incidenza della luce. Come nel suo ultimo film Les Bottes de la Nuit (2025) dove le immagini, curate minuziosamente, risultano di una raffinatezza straordinaria, tanto da valergli il Cristallo per il miglior cortometraggio, l’André-Martin Award per il miglior film francese animato e il Premio del pubblico al Festival di Annecy nel 2025.
Negli ultimi decenni il pinscreen è stato riscoperto dalle giovani generazioni di animatori, che vedono in questo strumento una vera e propria riflessione sul gesto, sul tempo e sulla materialità dell’immagine in movimento: Justine Vuylsteker nel delicato e commovente Étreintes (2018), Clémence Bouchereau nel sensibile La saison pourpre (2023), vincitore del SACD Award a Clermont-Ferrand International Film Festival, Irina Rubina nell’astratto quanto politico Contradiction of Emptyness (2024).
In un’epoca dominata dal digitale, questa tecnica analogica continua ad affascinare artisti e studiosi proprio per la sua resistenza alla smaterializzazione, riaffermando il valore dell’errore, della lentezza e della manualità. Oggi il pinscreen è un dispositivo vivo, capace di dialogare con pratiche contemporanee che attraversano cinema, arte visiva e installazione: grazie a Alexandre Noyer, che ha sviluppato due pinscreen sulla base di quelli ideati da Alexeïeff e Parker (anche se con un numero inferiore di spilli), l’animazione con questo strumento è diventata leggermente meno esclusiva, permettendo a più autori di sperimentare le sue straordinarie possibilità e ottenere risultati tanto imprevedibili quanto affascinanti.
02/02/2026, 18:29