TORINO FILM FESTIVAL 43 - EVA di Emanuela Rossi
Eva di Emanuela Rossi si colloca in una zona liminare del cinema italiano, dove il realismo più ruvido incontra l’immaginario sci-fi senza ricorrere a futuri ipertecnologici. La distopia qui è interiore: nasce da una frattura emotiva che trasforma la periferia del mondo umano in un luogo alieno, sospeso, in cui boschi, radure e cieli attraversati da luci misteriose diventano il riflesso di una mente in disordine. È uno spazio di solitudine radicale, in cui la realtà sembra arretrare fino a scomporsi.
In questo scenario si muove la protagonista interpretata da
Carol Duarte, già rivelazione di
La chimera di Alice Rohrwacher e qui perfetta nel restituire un’equilibrata miscela di dolcezza e spaesamento. La sua Eva è una figura spezzata, convinta di una missione salvifica che la spinge a sacrificare la maternità individuale in favore di un’idea astratta e collettiva di protezione. Questo slittamento dal materno al messianico mette in moto una spirale di convinzioni sempre più estreme, fino a sfociare nell’atto più atroce, vissuto però come gesto necessario.
Il film invita così a comprendere il percorso mentale del personaggio senza cedere alla tentazione di giustificarlo. La costruzione visiva ed etica del personaggio richiama esplicitamente il cinema dei Dardenne, in particolare la
Rosetta da cui sembra derivare la scelta di abiti semplici, consunti, e una fisicità costantemente tesa, sempre sull’orlo della fuga o del crollo. Questa filiazione radica la vicenda in un terreno di realismo sociale, mentre l’ambiente naturale che circonda Eva introduce un elemento perturbante che avvicina il film al genere, ma attraverso una via laterale e intima. La marginalità è dunque doppia: geografica e psicologica.
Rossi mantiene uno sguardo asciutto, evitando tanto il sensazionalismo quanto il pietismo. La messa in scena predilige un’essenzialità che rispecchia la fragilità del personaggio e la sua progressiva uscita di rotta. Le visioni di Eva, più che deviazioni fantastiche, sono crepe nella percezione che rivelano una realtà già compromessa. La tensione tra ciò che è reale e ciò che è creduto tale si fa il motore emotivo del film.
Pur mostrando qualche ingenuità narrativa e simbolica,
Eva si distingue per onestà d’intenti. Non cerca facili allegorie né scorciatoie emotive: osserva il dolore, lo analizza, lo espone senza compiacimento. È un cinema che procede per sottrazione, lasciando che il vuoto e il silenzio dicano quanto basta. Questa misura rigorosa potrebbe non sedurre un pubblico ampio, ma offre allo spettatore d’essai un’esperienza complessa e inquieta, capace di lasciare un segno. Eva resta così un’opera imperfetta ma preziosa, che unisce visione e concretezza. Un film che non consola, ma interroga. E che merita, proprio per questo, di essere ascoltato.
27/11/2025, 17:45
Alessandro Amato