VAS - Gli hikikomori tra paura e desiderio
Con
VAS, ispirato a uno spettacolo teatrale poi riformulato per lo schermo,
Gianmaria Fiorillo si avventura in un territorio narrativo che il cinema italiano affronta di rado con autentica lucidità: la salute mentale come lente deformante attraverso cui osservare relazioni fragili, dinamiche affettive incrinate e un quotidiano dove la realtà sembra sempre sul punto di slittare.
Il film, pur animato da un’ambizione evidente, procede in un equilibrio instabile tra intuizione e approssimazione, come se Fiorillo oscillasse costantemente tra il desiderio di sondare la complessità dell’umano e la tentazione di ricondurre tutto a una drammaturgia più lineare e rassicurante.
Al centro della storia c’è Camilla, venticinquenne milanese affetta da una forma acuta di agorafobia che la confina quasi totalmente tra le pareti del proprio appartamento, da cui gestisce i rapporti con il mondo esterno attraverso il filtro di uno schermo. Su una piattaforma per aspiranti scrittori pubblica un racconto erotico-sentimentale incentrato su una relazione virtuale tra una ragazza e un uomo di nome Matteo.
Quando un vero Matteo entra nella sua vita, altrettanto isolato e restio al contatto con la realtà, la linea tra immaginazione e presenza si assottiglia fino a dissolversi. Attraverso la VAS – la Visual Analogue Scale usata in ambito clinico per misurare il dolore – i due si sottopongono a una sorta di gioco emotivo e fisico che li spinge a sondare i propri limiti, le proprie dipendenze affettive e la possibilità, distruttiva o salvifica, di incontrarsi davvero.
L’apparato formale è indiscutibilmente curato: la regia costruisce spazi che parlano, claustrofobici quando e quanto serve, e una fotografia che predilige i chiaroscuri delle stanze chiuse, i silenzi densi, gli sguardi che non trovano appiglio. È un mondo che vive di una tensione sottile. Curiosa la scelta di aprire con una restituzione divergente dei colori. Tuttavia, quando la narrazione cerca di addentrarsi negli strati più profondi della psiche, e soprattutto nel modo in cui la sofferenza e la solitudine condizionano i rapporti umani, il film si fa più schematico: preferisce il gesto evidente, la parola che chiarisce, il simbolo che arriva subito allo spettatore.
Ne risulta una rappresentazione interessante, ma priva di quelle sfumature che avrebbero reso il racconto davvero perturbante. Le interpretazioni riflettono questa ambivalenza.
Eduardo Scarpetta, attore istintivamente portato al dettaglio espressivo, sembra qui indulgere a un compiacimento di maniera: il suo personaggio è continuamente tratteggiato con un eccesso di intensità, come se ogni scena richiedesse una sovraccarica emotiva. È efficace a tratti, ma raramente sorprende. Molto più misurata e incisiva è invece
Demetra Bellina, che conferma una qualità interpretativa ormai riconoscibile: asciutta, precisa, quasi sottrattiva. È nelle sue incertezze, in quegli grandi occhi azzurri e liquidi, che il film trova il respiro più autentico.
Nel complesso,
VAS è un’opera irregolare ma sinceramente motivata, capace di momenti di verità e al tempo stesso frenata da una certa ingenuità nel trattare territori psicologici complessi e da una improbabile urgenza di spettacolarizzazione.
19/11/2025, 12:05
Alessandro Amato