VENEZIA 82 - Bobbio: "Restare, dieci anni dopo I Cormorani"
Fabio Bobbio è il regista di "
Restare", cortometraggio di apertura della Settimana Internazionale della Critica a Venezia 82. Lo abbiamo intervistato.
"Restare" racconta l'ultima giornata di Sara nella sua cittadina di provincia prima di partire, mentre Denis la osserva e pensa al suo futuro.
È il ritratto di due personaggi, a cavallo dei vent'anni, alla vigilia forse della prima loro decisione da adulti, quel momento in cui si prende coscienza di dover fare delle scelte importanti, che avranno delle conseguenze. C'è chi sceglie di partire, chi forse di rimanere... ma poi chi lo sa cosa succederà dopo i titoli di coda?
"Restare" è un ritratto di un momento, la sfida con Zelia Zbogar - con cui sto scrivendo anche un lungo, e con cui abbiamo scritto questa storia veramente in poco tempo - era di raccontare lo svolgersi di un singolo giorno, la vigilia di questa programmata decisione, e tutta la loro relazione in pochi minuti. Ci divertiva provare a far capire tante cose su di loro in così poco tempo. La loro relazione, appositamente, viene mostrata in modo molto aperto.
Avete girato nel tuo Canavese.
Sì, come già "I Cormorani" e come il prossimo "I Fuochi": partendo dalla provincia reale cercando di andare verso il cinematograficamente universale.
Ho lavorato con una struttura sul set da film di finzione, per me era la prima volta ("I Cormorani" era più istintivo), anche se è stato solo per tre giorni.
Abbiamo girato a fine aprile 2025, poi è servita una settimana di montaggio, o poco più, con un grandissimo lavoro di Enrico Giovannone: io - che sono montatore nella vita - sono riuscito a essere solo regista, sono stato felicissimo di collaborare con un maestro come lui.
Per la riuscita del progetto servivano gli attori perfetti e li avete trovati.
Prima ancora di scrivere la prima parola del soggetto avevamo loro due in mente, volevamo lavorare con loro: la prima idea che abbiamo avuto era una scena in cui
Zackari Delmas e Yile Yara Vianello (non esistevano neanche ancora i personaggi di Denis e Sara) ballavano insieme e in quel momento si raccontava tutto il passato del loro rapporto. Poi ovviamente le cose si sono evolute, quella stessa scena si è evoluta, ma l'idea era lavorare con loro da subito.
Abbiamo fatto un lunghissimo studio sui loro lavori precedenti, io avevo conosciuto Zackari due anni fa a Venezia quando aveva portato "Una sterminata domenica" (mi aveva folgorato in quel film!), Zelia conosceva bene Yile e io l'ho incontrata sempre a quell'edizione della Mostra, il giorno dopo. Ho avuto uno scatto e ho pensato: devo vederli insieme, loro non si conoscevano ancora.
Per due anni con Zelia abbiamo parlato, anche lei ha iniziato a studiarli e poi con Chiara Andrich, la nostra produttrice, abbiamo deciso che era giunto il momento di scrivere qualcosa e vedere cosa sarebbe successo.
Non sapevamo se loro avrebbero accettato, per fortuna lo hanno fatto: per noi erano solo loro quei personaggi, non so cosa avremmo fatto altrimenti.
Come avete scritto i ruoli?
Avendoli studiati tanto, i loro gesti, le loro reazioni, abbiamo cercato di creare personaggi che non avevano fatto prima nelle loro carriere, anzi abbiamo quasi invertito i loro background. Vengono da mondi cinematografici d'autore ma paralleli, che non si erano mai incontrati.
Con loro abbiamo poi limato i caratteri, volevamo che entrassero nei loro vestiti e li abitassero ma è stato molto facile, arrivati a quel punto.
Io non facevo un film da dieci anni, per quanto noi fossimo decisi su di loro non era minimamente scontato che accettassero: sono proprio entrati nei ruoli, sono stati in Canavese a dormire, con Zac abbiamo anche fatto un lavoro fisico perché fosse credibile nel lavorare in un allevamento, serviva una manualità specifica.
E per te come è stato dirigere gli attori?
Mi rendeva molto tranquillo aver scritto personaggi che sapevo fossero nelle loro corde, abbiamo potuto lavorare su sfumature che conoscevamo già bene tutti, non abbiamo dovuto fare neanche tante prove.
E poi loro sono bravissimi, questo ha reso tutto più semplice: talento, tecnica... hanno tutto. Sono veramente bravi, sarebbe bello in futuro lavorare di nuovo insieme, sarebbe un sogno, soprattutto con loro due insieme.
Zac e Yile si sono conosciuti alla prova costumi, ma avevamo parlato così tanto di lui a lei e viceversa che quando si sono incontrati anche a loro sembrava di conoscersi da sempre.
Se "Restare" diventerà un lungo? Chissà, al momento no, ma non si può mai sapere nella vita. Sono felice se viene voglia di saperne di più delle loro storie, ma per ora mi basta così.
E l'esperienza del set come è stata?
Molto bella. Ci tengo a dire che la troupe ha creduto tantissimo nel progetto, non avevo mai gestito un set di finzione e pur piacendomi moltissimo non sapevo cosa aspettarmi, ora ho una voglia di tornare a farlo fortissima. C'è stato un lavoro di squadra eccellente, me ne rendevo conto in ogni momento, so che non è scontato.
Bruno Raciti ha 26 anni, è il direttore della fotografia (ma è anche lui a tenere la camera in mano), non lo conoscevo prima. Volevo, se possibile, una persona che avesse all'incirca l'età dei protagonisti, era un rischio ma pensavo fosse necessario: mi sono ricordato di aver visto un suo lavoro, fatto per "Xin" di Lorenzo Radin e Samuele Zucchet, un progetto di Piemonte Factory di un paio di anni fa in cui ero tutor di montaggio.
L'ho contattato su Instagram, ci siamo parlati e ci siamo capiti: abbiamo visto tanti film insieme, abbiamo condiviso le nostre idee e ragionato su cosa servisse. Io ci credevo tantissimo, c'è stata una grande preparazione e poi sul set è stato tutto fantastico.
Ma non solo con lui: il lavoro di scenografia (a cura di Raffaella Cuviello) è stato eccellente, ci sono tre luoghi principali (il bar, la casa della festa e l'allevamento), sono tutti in Canavese ma per trovarli abbiamo percorso 500 chilometri! L'immaginario del coming of age tipico di molti film è quello, ma senza caricaturarlo, fermandoci sempre un attimo prima. Ma anche sul suono e sul resto il lavoro è stato simile, sulle luci... ogni aspetto.
Quali sono stati i tuoi riferimenti?
Amo il cinema in cui si sente il contatto tra la camera e i personaggi, ci siamo dati molte regole sui movimenti di macchina, sulle ottiche. Come immaginario il mio è quello del cinema indie statunitense, ma trasportato in Europa, e poi abbiamo visto molti quadri per la composizione dell'immagine, soprattutto del realismo statunitense dei primi del Novecento (per proporzione dei corpi nello spazio, linee di fughe, prospettive).
Poi abbiamo abbandonato tutto, credo nel lavoro di studio ma poi sul set lavoro di istinto, quello che abbiamo pensato e studiato ti resta dentro, è inevitabile: credo molto nella sedimentazione dell'immagine nella testa, che esce fuori quando ne hai bisogno.
La prima scena del film è l'ultima che avete girato, una scena per molti versi simbolica.
Sì, la scena della festa, abbiamo finito girando quella, è servita una lunga notte di riprese con 40-50 comparse, tutte canavesane, quase tutte li conoscevo già o mi conoscevano per "I Cormorani", erano e sono amici dei miei due protagonisti di quel film.
Quello è stato un momento magico: "Restare" racconta loro, la loro vita, e lo hanno capito perfettamente, hanno messo molto della loro esperienza nelle riprese, aggiungendo elementi di loro iniziativa che hanno reso la scena più riuscita. Quando all'alba abbiamo dato l'ultimo stop, è stato davvero magico, molto. Non solo per me, ma per chiunque avesse contribuito.
28/08/2025, 18:00
Carlo Griseri