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I MIEI OCCHI - "Con il mio corto cerco l'Oscar"


Il regista ligure Tommaso Acquarone è l'unico italiano in corsa per gli Oscar al miglior cortometraggio quest'anno


I MIEI OCCHI -
Una donna in auto, al telefono, dice a qualcuno che la persona che sta osservando da dietro il cruscotto ha "i suoi occhi". E' un artista di strada, fa il giocoliere ai semafori per guadagnare qualche euro, lei prova ad aiutarlo ma è goffa, imbarazzata. Poi lo avvicina, gli dà un passaggio, iniziano a parlare e conoscersi meglio, lui è inorgoglito da questa bella donna che sembra interessata a lui, ma anche intimidito da una situazione che non riesce a decifrare al meglio.

"I miei occhi" di Tommaso Acquarone in venti minuti racconta un momento cruciale, che può cambiare due vite, forse. Quasi interamente girato all'interno di un'automobile, riesce a costruire da subito un'emozione vivida, pur entrando "in medias res" in una serata che sembra qualsiasi, e invece no. Merito (anche) di una protagonista straordinaria come Ksenia Rappoport.

"I miei occhi" è l'unico corto italiano in corsa per i prossimi Oscar: abbiamo intervistato Tommaso Acquarone alla vigilia del suo viaggio a Los Angeles. Che emozione prova in questo momento?

Sono contento di partire, ma non spaventato. Però è una cosa più grande di quanto potessi immaginare, sono molto curioso di vedere come sarà viverla!
Sono già stato a Los Angeles, ma a 19 anni (ora Acquarone ne ha 29, NdI): non mi sarei mai immaginato di tornarci per promuovere un mio corto qualificato per gli Oscar!
Tra l'altro, professionalmente è il mio primo lavoro, avevo fatto prima piccole cose in maniera molto indipendente, è il primo passo nella direzione che mi piacerebbe seguire in futuro.

Come e quando nasce l'idea?

Se non sbaglio l'idea nasce almeno nel 2017, allora vivevo a Torino. Ma è difficile stabilire un momento preciso, a quel tempo risalgono piccole cose che riesco a ricordarmi. Ho iniziato a seguire alcuni artisti di strada a Lisbona per un documentario, per un mese e più sono stato per strada: ero affascinato da questo mondo e queste storie.
In quel periodo facevo alcuni sogni particolari, mi svegliavo con immagini nella testa che mi davano disequilibrio, una sensazione strana... poi ho conosciuto il mio protagonista a un incrocio, ho mischiato realtà e sogno e ho iniziato a scrivere questa storia.
Avevo chiaro da subito che protagonista doveva essere una donna: io sono cresciuto per lungo tempo solo con mia madre, mio padre viveva a Milano, e ho avuto modo di osservarla tanto, di notare un certo tipo di comportamenti tipici di una donna di quell'età. In maniera naturale ho quindi raccontato una protagonista donna.
La parte maschile, che rappresenta in qualche modo me, è nell'altro personaggio, che subisce un po' i comportamenti precedenti che ha fatto, o che non ha fatto, questa donna.

Ksenia Rappoport è una protagonista eccezionale.

L'ho scelta dopo averla vista al cinema, ne "La sconosciuta" e in altro. Però la certezza l'ho avuta dopo, quando ho pensato che poteva essere lei la mia protagonista ho iniziato a guardare moltissime sue interviste su Youtube e mi piaceva come si comportava, le cose istintive che faceva in quelle occasioni, mi ricordava un po' mia madre.
Ho pensato che mi sarebbe piaciuto inviarle questa sceneggiatura, ho trovato il suo contatto mail e dopo un po' di tempo mi è arrivato un messaggio su Whatsapp che iniziava così: "Sono Rappoport". Ai tempi ero tornato in famiglia, a Imperia, e stavo riflettendo se la strada del cinema potesse o meno ancora essere credibile: ho pensato a uno scherzo di qualche amico, ma poi ho capito che era tutto vero. Quel messaggio continuava con i complimenti alla sceneggiatura, sono andato subito a conoscerla e ha accettato di farlo, anche se il nostro budget non era certo altissimo.

E' quasi tutto girato in un auto, quanto è stato difficile?

Era scritto tutto nell'auto fin dall'inizio, quando immaginavo la storia ho scritto le immagini che avevo in testa e si era sempre lì, dentro la macchina e con quel punto di vista.
Non volevo mai uno sguardo frontale, era importante celare gli occhi ed evitare un primo piano pulito, c'era una verità nascosta nello sguardo: era importante che si arrivasse a volte anche vicini al profilo, ma senza mai essere davvero "dritti", mai essere precisamente davanti ai personaggi. Non volevo, né con lo sguardo né con le parole, essere didascalico.
Se è stato complicato girare così? Sì, anche perché volevo a tutti i costi questa auto, una Mercedes degli anni '90 che ho scelto perché era rossa fuori e aveva gli interni bordeaux di pelle, per me era molto importante che fosse una sorta di metafora dell'utero materno...
Ma aveva solo il cambio manuale, e Ksenia diciamo che sa guidare bene solo le macchine con quello automatico! Non volevo usare il camera car, doveva essere lei a guidare, anche se aveva qualche difficoltà pratica: c'erano quindi dei paletti messi da me, ma sono convinto che se hanno reso più difficile il lavoro hanno dato al corto e all'interpretazione il realismo che serviva.
Abbiamo anche fatto tante prove, visto che c'erano lunghi piani sequenza.

So che stai già lavorando al tuo primo lungometraggio.

Non posso dire molto, ma sicuramente avrà a che fare con l'adolescenza e con il desiderio, e di nuovo ci sarà il tema dei tabù. Per ora ho scritto un trattamento, adesso passerò alla sceneggiatura e mi muovo alla ricerca di luoghi e persone giuste.

30/10/2022, 19:20

Carlo Griseri