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Note di regia di "Piano Piano"


Note di regia di
"Piano Piano" č il mio primo lungometraggio di finzione e come gran parte del mio lavoro fino ad oggi si fonda su fatti reali e, in questo caso, in parte autobiografici. La scintilla che ha dato vita al film, č infatti il contesto che ha accolto e sviluppato il racconto: lo sgombero coatto di una palazzina compiuto per dar luce allo sbocco cittadino dell'Asse Mediano, uno degli ultimi e monumentali progetti infrastrutturali della Napoli di fine anni '80.
Antonia, che insieme a me firma il soggetto, č nata in quel palazzo e quel ricordo, unito alla realtą dei personaggi e agli aneddoti della nostra memoria, č da subito diventato un solido spunto per alimentare un racconto con un forte time lock: le ultime tre settimane di un mondo che sta per essere spazzato via.
Il film č girato in un'unica location, una masseria cercata a lungo proprio sulla rotta dell'Asse Mediano, delle mura che confinano un micro mondo con delle regole a cui tutti i personaggi obbediscono e dalle quali č impossibile fuggire.
Anna, la bravissima Dominique al suo debutto cinematografico, č quasi adolescente nel 1987. La finestra della sua stanza affaccia sul cortile di questo palazzo-castello in mezzo a un bellissimo nulla che sta per trasformarsi in una nuova epoca. L'infanzia che deve per forza finire e l'adolescenza che cerca il proprio spazio e l'attesa del suo riscatto. Lo stesso di un'intera cittą: lo scudetto del Napoli, che farą tremare il Vesuvio stesso.
"Piano Piano" č ambientato in un'era che sembra l'infanzia del mondo per come lo conosciamo adesso, un decennio in cui carta e penna accompagnano le prime tastiere da PC, le vecchie regole e la televisione perennemente accesa convivono, il baracchino fa le veci di un social ante litteram. Una bolla di tempo che si presta perfettamente ad accogliere l'archetipo di Anna e Peppino.
I due protagonisti, prigionieri del cortile come dei propri genitori, attraversano un buco che collega il mondo di tutti a una terra che ricorda l'Eden ma che pare sconsacrata. Oltre quel buco trovano il Mariuolo, un nuovo padre ambiguo e misterioso, vertice della loro crescita-ribellione e di una vita nuova.
Il punto di vista del bambino racconta una storia dai forti tratti favolistici che si fonde dolcemente alla trama iperrealista. Una geometria che si ripropone nella messa in scena e nel linguaggio: il ritmo serrato, come un'etą che non conosce tregua, come il caos indefinito del desiderio di abbandonare le cose conosciute per un altrove sconosciuto. La luce, i colori, la lingua, la musica, sono spediti e vivaci come la bellezza che sopravvive caparbia a qualunque sopruso. Il mondo che ho voluto raccontare mi appartiene e mi piace, nonostante tutto.

Nicola Prosatore