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FOREING OFFICE - Da Orizzonti agli Oscar con Monica Bellucci


"L’Uomo che Vendette la sua Pelle" è basato sulla vera storia di Tim Steiner un uomo che è diventato "opera d'arte vivente" grazie all'artista Wim Delvoye che gli ha tatuato un dipinto sulla schiena, chiamato nei cataloghi delle mostre e nei musei, Tim 2006-2008. Girava i musei stando seduto su una sedia mostrando la sua schiena tatuata. Distribuito da Wanted Cinema uscirà nelle sale il 7 ottobre


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Il cast di "L’Uomo che Vendette la sua Pelle"
"L’Uomo che Vendette la sua Pelle", della pluripremiata regista tunisina Kaouther Ben Hania, ha una diversa connotazione, trattando non solo il tema della vita di un uomo considerato una opera d’arte vivente, ma anche toccando temi quali la libertà, il senso dell’arte, la guerra, i diritti umani. Ambientato in Siria e in Belgio è soprattutto una storia d’amore.

Con estremo garbo e perspicacia, la Ben Hania è riuscita a raccontare con i giusti toni ed il giusto ritmo, i molteplici aspetti, soprattutto quelli interiori, del protagonista Sam, Yahya Mahayni uomo dilaniato da un amore impossibile per Abeer (Dea Liane). Siamo in una Siria che ogni giorno è nei telegiornali di tutto il mondo, un paese sottoposto ai noti orrori, dove le persone tentano con ogni mezzo di fuggire dalle città assediate e bombardate, dove la libertà di pensiero non esiste e dove un grande amore, che si protrae sin dai banchi di scuola, a causa di una differenza di classe non riesce ad essere vissuto come meriterebbe.

Sam impulsivo e verace, arrestato per un filmato in cui ingenuamente parla di libertà, è costretto ad evadere e a fuggire in Libano per evitare le dure galere siriane, mentre Abeer è costretta dalla sua famiglia a sposare un uomo benestante che non ama e che la porterà a vivere in Belgio, allontanandola da Sam e dalle terribili conseguenze di una guerra senza fine.

La regista riesce a rendere credibile il dramma vissuto in quei paesi dove la libertà di pensiero viene negata, ma al contempo sottolinea anche la ben più grave mancanza di libertà causata dal “business system” dei cosiddetti paesi liberi, quelli occidentali come l’Europa e l’America, dove la libertà sembra essere data per scontata mentre in realtà è una mera illusione, soprattutto se non si è ricchi abbastanza.

Il film lascia poco spazio ai dubbi, la mancanza di libertà permea tutte le nostre vite anche se ne siamo inconsapevoli, non è solo la mancanza di un passaporto o di un visto che ci limita, qui la regista ci mostra come i limiti ci vengono imposti dalla società, come la dignità umana viene schiacciata dal potere del denaro e della notorietà, come le relazioni umane vengono dilaniate, fatte a pezzi all’interno di rapporti basati solo sugli affari con il personaggio di Monica Bellucci totalmente privo di compassione.

Anche l’arte rientra in questo meccanismo malefico che in una battuta del film viene giustamente definito “con la firma del diavolo”. Da notare un delizioso cammeo dello scultore Wim Delvoye (nel film le opere esposte sono veramente le sue) che recita la parte di un imbranato e timidissimo assicuratore, che viene intervistato sul valore e sui rischi che corre un’opera d’arte vivente.

09/10/2021, 18:28

Silvia Amadio