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TFF37 - "Nour", non smettiamo di raccontare


Sergio Castellitto interpreta il dottor Pietro Bartolo a Lampedusa nel film di Maurizio Zaccaro


TFF37 -
"Nour" non è un film su Nour, la ragazzina siriana cui il titolo allude.

"Nour" racconta, in realtà, l'esperienza molto più complessa del 'fenomeno migranti' a Lampedusa, con lo sguardo, e le parole, del dott. Pietro Bartolo, già al centro del documentario Fuocoammare - Orso d'oro 2016 - e coautore del libro "Lacrime di sale" - dove narra la sua storia - da cui il film prende spunto.

Ciò premesso, la scrittura patisce proprio il desiderio 'onnicomprensivo' - quasi l'ansia - di volere tenere conto, come in una asettica catalogazione, di tutti gli elementi narrativi a disposizione - troppi - senza la necessaria volontà di selezione. Tanti elementi che risultano inseriti a tavolino perché 'non possono mancare': la partoriente, padre e figlio, madre e figlia, lo scafista cattivo, l'aiuto scafista buono, le torture, i corpi che scivolano perché impregnati di gasolio, una storia tragica e una a lieto fine, il desiderio di suicidio per disperazione, scene di violenza nei paesi da cui si fugge, il ragazzino lampedusano affascinato dalla ragazzina siriana, crisi etica di giornalista e fotografo, spunti di dialogo per proporre le diverse posizioni in gioco, e così via. Tutti elementi che ormai si conoscono, perché emersi dalle cronache e più volte narrati, e meriterebbero ognuno un approfondimento, non un contenitore che li enumeri.

Povero di naturalezza, il meccanismo narrativo così concepito viene appesantito da molti espedienti visivi che nel loro essere 'indizi' mettono in moto la ragione, non l'empatia, amplificando l'effetto finzione: il braccialetto 'free Syria', la prima immagine del centro attraverso la recinzione, il rubinetto aperto, Bartolo racconta del suo senso di responsabilità e passa - all'uopo - il cane da accarezzare, le foto dei bambini di Auschwitz nello studio medico, e così via.
Anche le riflessioni del dottore, nella loro drammatica e innegabile verità, comunicano solo quando viene dato loro il tempo per respirare (un caso tra tutti la metafora dell'umanità come un unico corpo), mentre perdono efficacia quando paiono slogan frettolosi, inseriti perché 'bisogna dare spazio anche a quel concetto'.

Più incisive alcune scelte di regia, che fanno pensare a quanto questo avrebbe potuto essere un altro film: l'antitesi tra i due momenti dedicati ai migranti appena sbarcati, dove l'iniziale carrellata veloce e superficiale sfrutta lo stile giornalistico che uniforma, poco dopo la telecamera si dedica ai singoli, si sofferma sui loro primi piani mentre ciascuno dice (recita) il proprio nome (d'impatto proprio perchè teatrale e straniante); i totali dell'hangar con i corpi nei sacchi blu; il ritmo e la dinamica dell'interrogatorio allo scafista.

"Nour" si rivolge (fa appello?) sia alla nostra umanità sia alla nostra ragione, ma non convince nè una nè l'altra.

È comunque una storia (tante storie) che non bisogna smettere di raccontare.

24/11/2019, 20:42

Sara Galignano