Sudestival 2020
Meno di Trenta

STEFANO GROSSI - "L'Albania si avvicina all'Italia... o viceversa?"


Il regista torinese racconta il suo ultimo documentario, "Rotta Contraria", presentato al Bif&st e ora in tour in tutta Italia


STEFANO GROSSI -
Stefano Grossi
Un documentario sui ragazzi albanesi (e italiani emigrati in Albania) che hanno trovato un lavoro ben retribuito nei call center e grazie a ci riaccendono le loro speranze nel futuro, uno sguardo sull'Albania odierna e su quella passata, sui legami (in molti sensi diversi) tra quel paese e l'Italia: tutto ci e molto altro "Rotta Contraria" di Stefano Grossi. Ne abbiamo parlato con lui.

Come mai questo documentario proprio ora?

In un periodo in cui si parla sempre di migrazione, che il tema pi dibattuto in questo momento, a me interessato fare un film su questo ma da una prospettiva rovesciata: non la migrazione da parte di chi la subisce, io voglio raccontarla da parte di chi la esperisce, la vive, costretto a migrare.
La migrazione italiana verso l'Albania dolorosa perch composta principalmente da giovani meridionali, sono persone che fanno una scelta dratisca nelle loro vite per una necessit materiale inappellabile: per loro dura andare in Albania, anche se l con uno stipendio medio si riesce a vivere molto bene. Ma un paese estremamente arretrato per quanto riguarda i servizi, i diritti sul lavoro, la vita quotidiana, che corrotto e infiltrato dalla mafia in ogni aspetto, politico e imprenditoriale... Questo quadro mi ricorda molto l'Italia, no? Ma non sono gli albanesi che fanno passi avanti e si avvicinano a noi, siamo noi che arretriamo verso di loro, temo...

In questo il paese balcanico esemplare.

L'Albania passata senza soluzione di continuit dal turbo-Stalinismo al turbo-liberismo, un laboratorio a cielo aperto, un evidenziatore spaventoso delle contraddizioni insite nel modello di sviluppo che noi italiani inseguiamo e gli albanesi rincorrono (in modo anche sgangherato: pensa che hanno un monumento a George W. Bush!).
Una discarica enorme alla periferia di Tirana, ma vicinissima alle case, per me il simbolo di tutto ci e per questo la mostro nel film: l'Albania rischia di diventare la pattumiera d'Europa (ma anche in Italia qualche anno fa si parlava di costruire una dozzina di termovalorizzatori e che ci avrebbero portato in quella direzione!).
Ovviamente non parlo del popolo albanese, ho conosciuto giovani straordinari che lottano contro tutto ci, e che mi ricordano molti giovani calabresi che ho incontrato, in prima linea contro la criminalit organizzata. Ma la citt contraddittoria: un centro con lucine e videowall ovunque, che luccica manco fosse Dallas, e una periferia che definire arretrata poco.
Comunque, ognuno ha i suoi sogni: io ho voluto mostrare i due lati della situazione, ognuno si muova verso quello che preferisce. Poi ci sono molte Albanie diverse, il nord e il sud sono molto diversi tra loro e non si amano affatto (altra cosa in comune con l'Italia...).

La storia dovrebbe insegnare molto pi di quanto non faccia.

Il punto che mi interessava sottolineare di pi che se rinunci alla tua storia, come han fatto loro dopo Hoxha, senza una rilettura critica del tuo passato rischi di diventare "merce". E questo un pericolo che sento anche per noi, che non abbiamo mai fatto davvero i conti con il fascismo e la guerra.
L'Albania la conoscevo gi, ma ho approfondito questi aspetti grazie all'amicizia con il mio aiuto regista albanese Indrit Metiku: ammetto per che tutte le ex-colonie italiane mi affascinano, studio molto questo pezzo di storia e spero di tornare presto a raccontarlo, in particolare con l'Africa orientale. I segni che abbiamo lasciato, come ci ricordano e ci vedono ora...

Ruolo importante nel tuo film hanno anche i cani.

Vero: ammetto che avrei fatto il film solo per mostrarli, quando ho scoperto questo ospedale di volontari che si dedica a salvare i cani... In generale si vedono pochissimi cani e gatti in giro, spesso vengo trattati brutalmente se non uccisi. un'altra contraddizione, da un lato la violenza dall'altro questo luogo assurdo in cui li salvano: non c' un vero capitolo su questo aspetto nel mio documentario, ma mostrare queste gabbie di vetro colorato dietro cui i cani sono rinchiusi mi serviva per mostrare una prigione "invisibile", diretto collegamento con le cabine in cui i call center fanno lavorare i propri impiegati.
Poi c' la citazione finale di "Mondo Cane" di Jacopetti, che capisco possa spiazzare. La volont quella di ricordarci che viviamo tutti in un "mondo cane", anche se non vogliamo ricordarcelo.

06/06/2019, 15:32

Carlo Griseri