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BRUCIA LA SABBIA - Intervista a Riccardo Bianco


BRUCIA LA SABBIA - Intervista a Riccardo Bianco
Ancora inedito nel nostro paese, "Brucia la Sabbia" ad oggi l'ultimo lavoro realizzato dal giovane regista piemontese Riccardo Bianco, gi autore di numerosi documentari e reportage da diverse parti del mondo.
Girato in Siria alla fine del 2017, il racconto intenso e partecipe di una serie di incontri fatti dall'autore, tra bombe sempre pi vicine e una voglia di vivere sempre e comunque forte.
Lo abbiamo intervistato per farci raccontare qualcosa di pi di questo lavoro e in generale del suo modo di intendere il cinema documentario, in attesa di annunciarne le prime proiezioni.

Cosa ti ha spinto ad andare in Siria per raccontare la difficile situazione del paese?

Mi sono recato in Siria nel 2017, precisamente a cavallo tra ottobre e novembre. Entrare nel Paese risultava molto difficile, pertanto siamo dovuti entrare dal Libano in macchina. Sono andato in Siria per realizzare un reportage riguardante una scuola cristiana di Aleppo che riuscita a resistere ai bombardamenti e quindi ha potuto, ogni giorno, accogliere migliaia di studenti.

Gli incontri fatti ti guidano a scoperte anche inattese: che esperienza stata per te?

Ogni mio documentario nasce dalle persone che incontro. Sono loro a raccontare in prima persona ci che succede nel loro Paese e come vivono. E' ascoltando loro, senza pregiudizio alcuno, che nasce lesigenza di portare la loro voce oltre confine. In Siria ho incontrato persone sofferenti ma comunque ottimiste. Ci ha condizionato il mio racconto, ho deciso di dover raccontare la loro resistenza e speranza.

Sono molto presenti nel documentario le tue sensazioni, i tuoi pensieri: lo avevi gi pensato in fase di scrittura? Come arrivata questa idea?

Solitamente riporto le storie delle persone che incontro, ma il viaggio in Siria stato anche un viaggio introspettivo. Anche se in realt ogni documentario lo . Me ne sono reso conto tornando a casa, quando non sapevo che risposte dare alle domande di parenti ed amici inerenti la Siria, la guerra . Quando assisti a tutta quella distruzione, cominci a mettere in dubbio tutta la tua vita, i tuoi valori. Tutto assume molta pi importanza, mentre altre cose diventano ai tuoi occhi futili. Inoltre, non si conosce molto la fatica del lavoro del documentarista, che si mette spesso a rischio pur di portare a casa un documentario.
Da qui, nata la mia personale esigenza di dover narrare il mio viaggio introspettivo, accompagnato dalla voce di un Virgilio, in questo caso il mio amico Pier Jabloyan missionario in Siria. Non avevo ancora scritto nulla al mio ritorno, ho lasciato le immagini nel cassetto, dovevo prima elaborare. Mesi dopo, ho preso coraggio, messo in macchina il girato, ed il racconto si come costruito da s. Non ho cercato di fare un film, il film lo stavo profondamente vivendo. Guardando Brucia la sabbia chiunque pu immedesimarsi nella figura del documentarista e lo pu fare solo perch racconto ci che conosco veramente. Parlo di quello che sento, come farebbe chiunque.

Hai scelto di realizzare un montaggio finale relativamente breve, una scelta non consueta. Cosa hai dovuto tagliare? stato complicato scegliere?

Il mio racconto ha degli elementi differenti da tutto ci che fino ad oggi ha riguardato la Siria, reportages, documentari, fotografie.
Io parlo s della guerra, ma parlo anche della speranza di chi resiste.
Tornato a casa mi sono trovato con ore di interviste che raccontavano solo momenti di sofferenza, ma tutto attorno vedevo altro: gente in movimento che tentava inesorabilmente di ricostruire. Queste immagini raccontavano di una rinascita. Sono le azioni la prova, non le parole, questo popolo vuole rinascere dalle ceneri.
Ho deciso quindi di tagliare, anche se dalla mia memoria non canceller mai le loro voci, quei racconti tragici, delle persone sopravvissute che durante questa guerra hanno perso i propri cari. La verit e che dopo essersi sfogati davanti alla telecamera, la tristezza finiva e si parlava subito di come andare avanti, della fortuna che avevano ad essere vivi. Io volevo raccontare questo. Il mio messaggio quello della vita.

Leggendo la tua filmografia, spicca la variet di luoghi in cui hai girato i tuoi documentari: come scegli dove andare? Cosa ti spinge al viaggio?

Seppur giovane, ho solo 29 anni, ho avuto limmensa fortuna di poter girare il mondo per lavoro sin da piccolo. Ho girato pi di 60 paesi in tutti in continenti e in ognuno di loro, non solo ho potuto documentare realt differenti, ma ho potuto imparare molto. Ho sempre viaggiato con il proposito di raccontare storie di estrema povert e disagio sociale, ma negli ultimi anni ho anche sviluppato lidea del reportage di denuncia, utile non solo a raccontare ma anche a porre lattenzione su alcuni problemi.
Viaggio da quasi 15 anni, ma la verit che solo da poco tempo sto cominciando a riorganizzare la mia mente. Per quasi met della mia vita ho viaggiato nei posti ai margini del mondo, ma come un bambino. Non ero molto consapevole. Ho vissuto tutto di pancia, facendo molti sbagli. In questo mestiere il limite della moralit molto sottile, non sempre riprendere e documentare fare la cosa giusta. Ma grazie a questi errori, oggi sto cominciando a capire qualcosa in pi.
Il mio mestiere non un lavoro ma un vero e proprio stile di vita. Il paradosso che pi viaggio meno capisco il mondo.

21/12/2018, 12:43

Carlo Griseri