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Note di regia di "La Linea Verticale"


Note di regia di
Una scena di "La Linea Verticale"
La linea verticale nasce da un’esperienza ospedaliera autobiografica, ma più che dall’esigenza di raccontare una vicenda personale, il desiderio è stato di raccontare, nell’Italia di oggi, un reparto oncologico di un ospedale pubblico di assoluta eccellenza, capitanato da un chirurgo che ribalta il cliché del primario barone arrogante e scollato dalla realtà, e che anzi rappresenta, per gentilezza, generosità e amore verso il proprio mestiere, l’idea di un’altra Italia possibile.

La linea verticale è l’avventura clinica di Luigi, un quarantenne che si ritrova a fronteggiare un tumore a due mesi dall’arrivo del suo secondo figlio, e per questo deve affrontare un intervento chirurgico e il relativo ricovero. Due sono i cuori pulsanti a cui Luigi si aggrappa: la straordinaria moglie, e lo straordinario chirurgo che lo opera.

La linea verticale nasce seguendo due intenti; la dimensione teatrale della storia – la serie è interamente ambientata nel reparto; e la libertà narrativa, nella forma del racconto e nel modo di affrontare un tema complesso ma sempre più presente nelle nostre vite.

Il reparto è il nostro palcoscenico: la serie si svolge lì, perché oltre ad essere il luogo del ricovero del protagonista, il reparto è un piccolo universo che vive di interessanti leggi proprie; è sempre identico eppure muta sempre, cambiano i pazienti, fanno i turni medici e infermieri, vive di gioie, di dolori lancinanti, ma anche di grande (e talvolta involontaria) comicità; e di amicizie che poi durano per sempre. La vita, la morte, la sofferenza, la malattia: tutto viene sistematizzato in una routine a cui ci si abitua presto, e che pure rappresenta una formidabile esperienza umana.

Ho girato La linea verticale con una postura simile a quella che ho sempre adottato a teatro, in un regime cioè di grande agilità produttiva, di essenzialità, e di massimo sforzo sulla scrittura e sulla direzione degli attori. Come nel caso della serie Boris, anche qui gli attori sono, oltre che interpreti di razza, anche persone che hanno condiviso gli intenti del racconto, ne sono stati garanti, e ne hanno consentito la riuscita. Insieme abbiamo cercato di eseguire la commedia in maniera serissima, senza ammicchi né compiacimenti, in modo mai farsesco, e con appassionata precisione. È lavorando con loro che sono riuscito a trovare la temperatura emotiva della mia serie, che passa, talvolta spudoratamente, dal tragico al comico anche nell’arco di una stessa scena. Così era il reparto dove sono stato per un mese. E questa è per me la cosa più esaltante: il privilegio di poter raccontare una realtà sociale ancora una volta completamente diversa da come la si può immaginare dall’esterno.

La libertà narrativa è consistita invece nel superamento della tradizionale struttura della serie da 25 minuti (una trama e due sottotrame). Il tentativo è stato qui di procedere senza rete, raccontando vicende molto realistiche da un punto di vista clinico, ma facendolo in modo libero e a tratti spregiudicato, talvolta surreale. In questo senso, se il protagonista è un pesce fuor d’acqua in un mondo complesso e per lui completamente nuovo, la sua voce off ci accompagna nella storia attraverso digressioni sociologiche, racconti di vicende umane, liturgie dell’ospedale, e incredibili paradossi della scienza medica.

Infine, La linea verticale, pure in un contesto doloroso e tragico, racconta la malattia come un’occasione di crescita, di apprendimento, e persino di riscatto.

Mattia Torre