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CORTO DORICO XIV - Anna Marziano dal TFF ad Ancona


La regista accompagna il suo documentario "Al di là dell'uno" a Corto Dorico dopo la prima al Torino Film Festival. La nostra intervista


CORTO DORICO XIV - Anna Marziano dal TFF ad Ancona
Anna Marziano
Un lavoro difficile da raccontare, da definire: che formula ha trovato per "presentarlo" al pubblico potenziale?

Io penso che sia un film molto aperto nel senso che può riguardarci tutti, nelle nostre interazioni più strette e quotidiane.
È un film complesso perchè è infinita la complessità stessa delle realtà affrontate. Eppure, per quanto riflettuto e cesellato, non è un film rigido o cerebrale. Mi auguro che faccia da tramite per gli incontri avvenuti tra me e le persone di/con cui ho raccolto parole, suoni, immagini...
Non c’è formula possibile per riassumere il suo senso o le mie intenzioni: il film deve stare in piedi da sé, a ciascuno spettatore il proprio viaggio.

Come nasce, in fase di scrittura, un lavoro così strutturato? In progress, a tavolino, in sala di montaggio...

La mia risposta non può che essere contraddittoria, nel senso che è un lavoro per il quale ho fatto un grande lavoro di ricerca (filosofica, antropologica, psicologica) ma allo stesso tempo tutto questo si fonde pienamente al mio stesso vivere, con il quale cerco di rimanere in contatto. E forse solo in questo modo un’opera può realmente essere incarnata.
Il lavoro di preparazione è stato molto analitico e molto scritto in termini di scene e di intenzioni: questo corrispondeva alla mia esigenza di approfondire la mia ricerca, di orientare le prime riprese e immaginare il film. Il testo scritto mi ha permesso di presentare il progetto a delle residenze artistiche e a dei fondi di scrittura documentaria per poter poi continuare la sua produzione.
Ma il lavoro è stato di fatto sempre in progress perché andavo capendo le persone con cui girare a poco a poco, alternavo periodi di riprese a periodi di montaggio… E le conversazioni, quando sono davvero tali, cambiano entrambi gli interlocutori: mi ritrovavo quindi a riponderare delle parole dette da amici, e allo stesso tempo delle persone nelle registrazioni hanno fatto proprie delle mie parole e così via…
Infine è di sicuro un film che è stato composto al montaggio perché è quello il momento in cui si sbatte la testa contro il materiale stesso. È lì che ha preso forma il filo rosso dei collage e del viaggio che formano le strutture portanti del film.

A proposito di montaggio: è stato difficile occuparsi da sola anche di questo aspetto, con materiali così vari e differenti da amalgamare?

Il montaggio mi è sembrato non finire mai. Ho iniziato a montare il suono sin dalle prime registrazioni per capire come procedere con le immagini. All’inizio ero più fedele alla scrittura iniziale, poi molto tempo è passato, la mia vita si è completamente trasformata, e la distanza dal materiale mi ha permesso di concludere il montaggio del fine all’improvviso in poco più di un mese, lavorando in maniera più musicale e intuitiva, tenendo quello che mi era restato impresso, a memoria, par coeur…
È stato importante anche liberarsi dei formati di durata standard perché potessi trovare pienamente i giusti tempi e contiguità di immagini e sequenze.
Resta la forma saggistica che opera sperimentando con frammenti del reale eppure allo stesso tempo lo sforzo del pensiero è trasformato in intuizioni più astratte, libere, liriche. Se pensiamo per esempio a “Massa e Potere” di Canetti, lo sforzo del pensiero e le sue intuizioni poetiche sono imbricate. Così come in altri lavori che si scavalcano I confine delle compartimentazioni tra filosofia, antropologia, sociologia e poesia.

Quali le sfide maggiori nel "chiudere" il documentario?

Farlo con una bambina di pochi mesi in braccio! Al contrario di silenziosi studi di montaggio e collaboratori, il mio montaggio è stato solitario, spezzettato e nomadico, senza nemmeno un monitor decente la maggior parte del tempo perché in continuo spostamento, per le circostanze in cui mi trovavo. Ma ho avuto validi co-produttori negli ultimi due anni di produzione del film e cari amici che mi hanno molto aiutata con le loro considerazioni e critiche. Tutto ciò ha contribuito a liberare il film nella sua fase di montaggio.
Mi sono ritrovata alla fine del processo così lontana e diversa da quando avevo iniziato a immaginarlo, che questo mi ha dato molto coraggio al momento del taglio. E ora, il taglio del cordone ombelicale: è il momento dei festival e di lasciar andare il film perché sia il pubblico a continuare il montaggio, a lasciar risuonare le scene, a posizionarsi e riposizionarsi durante e dopo la visione, tra i propri desideri e la realtà, tra il bisogno di libertà e quello di appartenenza.

04/12/2017, 16:20

Carlo Griseri