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Note di regia di "Dove non ho mai abitato"


Note di regia di "Dove non ho mai abitato"
Costruire le “case per gli altri”. Immaginare e realizzare uno spazio ideale dove vivere, amare… E talvolta chi realizza questo per gli altri, si ritrova incapace di farlo per se stesso. È il caso del cinquantenne Massimo, talentuoso architetto, che nella vita ha schivato l’amore vero e si accontenta di una relazione complice ma distante con una donna che certo non ha fondato radici nella sua vita. Ed è il caso di Francesca, la figlia del grande architetto Manfredi, che si è costruita una famiglia all’estero con un uomo più maturo di lei. Un uomo quasi anziano, sostitutivo del padre, che la protegge e la ripara da tutto, anche da se stessa e da quelle potenzialità più radicali che l’avrebbero messa troppo in gioco: il suo talento di architetto e la passione, in tutte le sue sfaccettature… Forse ciò che accomuna Massimo e Francesca è proprio questa paura, questa impotenza ad affrontare la vita e tutti i suoi aspetti sentimentali… Forse sono proprio queste affinità che li portano ad avvicinarsi l’un l’altra, a comprendersi, capirsi e piano piano innamorarsi… Forse, prima del loro incontro (inconsciamente pilotato dal grande architetto Manfredi, padre naturale di Francesca, padre ideale di Massimo, deus ex machina della fabula in un certo senso), Massimo e Francesca non si erano posti questo problema, vivevano la loro vita senza evidenti frustrazioni esistenziali, convinti che le loro scelte fossero state le migliori possibili... Ma nel corso della storia le strade sembrano cambiare direzione. I due architetti, restaurando la villa per una giovane coppia di innamorati, si ritrovano faccia a faccia con se stessi. Costruendo una casa per gli altri, proprio questa casa demolisce le loro certezze affettive. E allora affiorano i dubbi, i rimpianti, le domande… Da questa “storia d’amore” che inizia e si conclude là, in quella “casa costruita per gli altri”, i due architetti escono di scena, ribadendo quello che amaramente sono ma con tutta un’altra consapevolezza… Un film di struggente disillusione, dove i personaggi sono costretti dagli eventi a fare i conti con se stessi ( e forse non è un caso che il film inizi e finisca con un compleanno, metaforico momento di riflessione di sé e del proprio rapporto con la vita che ci passa accanto). Un film di caratteri, di attori. Un’atmosfera autunnale. Una narrazione lineare, naturalistica e semplice che si riavvicina al mio film d’esordio “La spettatrice”. Un film riconciliato e non ossessivo. Un film tradizionale che non vuol dire “non personale”. Tutt’altro: ho cercato di mettere a servizio il mio stile al genere “sentimentale”, nel senso più nobile del termine. La melanconica prosa di Cechov e i personaggi “morali” e altoborghesi di Henry James hanno certamente influenzato la mia ispirazione. Una ricerca che ha anche una volontà di ritrovare atmosfere di film passati. Lo si può chiamare vintage. Derivativo. Postmoderno. O semplicemente classico.

Paolo Franchi

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