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TFF34 - Mauro Ruvolo: "Racconto una romanità che sparisce"


Intervista al regista di "Ab Urbe Coacta", in concorso a Italiana.doc al Torino Film Festival


TFF34 - Mauro Ruvolo:
Mauro Ruvolo
"Ab Urbe Coacta" è il tuo esordio, ed è un 'one man project', come tu stesso lo definisci, in cui ti sei occupato di ogni aspetto.

È sicuramente il progetto della mia vita, senza dubbio. Dieci anni fa ho iniziato a pensarci, quattro anni fa ho iniziato a girare: l'esigenza di base era quella da un lato di raccontare una romanità in via d'estinzione, una generazione di romani che è al tramonto del suo ciclo. Nello stesso tempo volevo raccontarne le contraddizioni, le psicosi di Roma e le reazioni dei suoi cittadini.

Conoscevi già i tuoi protagonisti?

Sì, fin da bambino. Il protagonista è addirittura il fratello di mia madre, credo sia stato fondamentale per avere da lui questa naturalezza unica: ho deciso anche per questo di fare tutto da solo, qualche prova con una mini-troupe l'ho fatta ma cambiava qualcosa, c'era meno spontaneità.

Avevi chiara l'idea fin da subito?

Assolutamente no, all'inizio c'era addirittura un filo narrativo un po' fiction... ma mi sembrava troppo ampia la forbice tra le cose vere e quelle scritte, poi loro non sono attori... Ora c'è un verismo portato quasi all'estremo, ma messo in una forma cinematografica. Volevo fare un film alla fine, e l'ho fatto in tutti i sensi.

Roma è cambiata molto, e i suoi cittadini ne risentono nel loro rapporto strettissimo con la città.

Vero, Roma è diversa, ci sono tanti immigrati e soprattutto nei quartieri periferici in cui ho girato e vissuto ha creato tensioni e disagio. Ma mi interessava di più la complessità di ogni persona, in Italia ci si schiera sempre su tutto, ci si divide, ci si contrappone. Che sia una ricetta o un'idea politica, ci mettiamo in due schieramenti: ma siamo molto più complessi di così, e il mio personaggio può sì sembrare rozzo e volgare, ma sa essere anche altro.

Quattro anni di riprese, avevi immagino moltissimo materiale da montare...

Il modo in cui abbiamo lavorato è stato molto particolare, le fasi erano sovrapposte. Ho sempre fatto tutto insieme, giravo e intanto montavo, iniziano a scrivere le musiche e pian piano mi facevo un'idea di quello che poteva servire.
Work in progress nel vero senso della parola, non c'era nulla di scritto se non un mio filo che avevo in mente.

La musica ha un ruolo importante, tu sei musicista ed era forse inevitabile.

Devo dire che non ho una teoria dietro le musiche, è stato l'aspetto più spontaneo. Abbiamo usato molto i droni per le riprese, Roma sotto, inquieta e in psicosi, mi ha ispirato le sensazioni alla base, ma non ci sono molti ragionamenti, sono andato a istinto.
All'inizio avevo anche pensato di non mettere musica per nulla, ma volevo fare un film! Ero anche indeciso se iscriverlo tra i documentari o nella fiction!

Il tuo protagonista è intervenuto anche in fase di costruzione del documentario?

Assolutamente sì, anche con idee molto precise di sceneggiatura. Alcune scene (quella con la prostituta, quella alla cassaforte, per esempio) sono idee sue. Ha capito il progetto fin da subito, anche prima di quando l'ho avuto chiaro io!

Infine, il titolo.

Il latino si rifa al detto Ab Urbe Condita, che contava gli anni a partire dalla fondazione di Roma e non dalla nascita di Cristo. Per un po' ho anche pensato di lasciare come sottotitolo "AUC 2765", che sarebbe il nostro anno contato in quel modo. Poi mi sembrava troppo criptico...
"Coacta" gioca ovviamente col termine "coatto", che sta in romanesco per rozzo, volgare. Ma il suo significato vero è "forzato", "costretto": l'ho trovato perfetto, e l'ho avuto in mente fin da subito.

20/11/2016, 08:42

Carlo Griseri