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ERIK GANDINI - "La solitudine, il male del secolo"


Intervista al regista italo-svedese, in sala dal 22 settembre con "La teoria svedese dell'amore"


ERIK GANDINI -
Erik Gandini
Uscito in sala in Italia giovedì 22 settembre (il giorno del fertility day...), "La teoria svedese dell'amore" è l'ultimo lavoro del regista italo-svedese Erik Gandini, che torna al lungometraggio documentario a oltre 6 anni da "Videocracy". Lo abbiamo intervistato.

La teoria, applicata in Svezia a livello governativo a partire dagli anni '70, è sulla carta un'idea vincente e convincente di società possibile, ma nei fatti ha fallito. Quali sono i motivi secondo te?

Ogni società ha le proprie ombre, il mio ruolo di filmmaker è raccontare la realtà come la vedo.
La Svezia è così moderna, così avanti per molte cose che diventa il posto migliore per tentare di applicare questa teoria.
L'idea come dici tu non fa una piega, vero, e ne ha fatto un esempio nel mondo. Il welfare state svedese è efficiente, l'idea moderna del liberarci gli uni dagli altri per migliorare i nostri rapporti, per rompere i vincoli di dipendenza materiale è piaciuta subito.
In Svezia si è convinti che l'amore vero esiste solo tra persone che fondamentalmente non dipendono le une dalle altre. Un'idea super progressista. ma che ha risvolti di grande individualismo, e crea solitudine. E la solitudine è il male del secolo, non solo in Svezia.
Mettere sé stessi al centro del mondo è un modo di vivere che ha avuto molto successo, ma in Svezia si tratta di individualismo di stato, lo Stato garantisce la propria non-dipendenza dagli altri!
Oltre ai lati positivi che tutto ciò ha e ha avuto, bisogna però raccontare anche l'alta percentuale di persone sole, il fatto che 1 su 4 in Svezia muore senza nessuno, che la Croce Rossa si deve preoccupare soprattutto degli anziani soli, che il 40% degli adulti ha paura di rimanere solo... Tempo fa è stata fatta una campagna dell'abbraccio, per capirci: mi interessava molto capire dove stavamo andando.

Un documentario volutamente provocatorio, che voleva suscitare un dibattito: come sta andando?

Rispetto ad altri miei film, che mettono tutti d'accordo sulla posizione da prendere, qui le persone sono combattute.
Il motivo per cui si è acceso un dibattito forte è che finalmente abbiamo riconosciuto che è un problema. Non sono il primo a parlarne, è una tematica sempre presente, nei film di Roy Andersson per esempio. E' andato bene in sala, sta uscendo ed è uscito in molti paesi. Sono convinto, come già con l'Italia per Videocracy, di aver centrato il tema.

Notevole il lavoro sul sonoro, sull'audio, come quasi sempre nei tuoi lavori (escluso forse solo proprio Videocracy...).

Sono un grande amante del cinema, mi ha suggestionato e ha anche cambiato molte idee nella mia testa.
Quando studiavo, ci insegnavano ancora che il documentario dovesse essere neutrale, che i fatti si svolgessero senza la presenza del regista. Da allora per fortuna sono successe tante cose, il documentario ha dimostrato di essere molto soggettivo, il documentario come saggio ha preso piede.
Non è un lavoro che si rivolge solo al cervello, non è una conferenza. Vorrei fare film lavorando su molti aspetti, altre dimensioni, come un genere di serie A e puntando su tutta la lavorazione: qui ho potuto farlo, lavorando con ottimi direttori della fotografia, con montatori di primo livello... Ho avuto modo di lavorare con la Zentropa di Lars Von Trier, che vede il documentario come cinema, e basta (in Italia non ho avuto la stessa possibilità).
Questo era l'intento, anche per l'audio ovviamente. Ho lavorato con Hans Moller, che è sound designer di tutti i film di Von Trier, un vero artista del suono.

Da Videocracy a questo lavoro sono passati diversi anni: come mai?

Volevo provare a fare un film su una tematica non scontata, meno 'facile'. La solitudine non è divertente, non è intrigante. E poi in lavori così il montaggio - come importanza e come tempo impiegato - equivale alla scrittura della sceneggiatura, costruisci il film al montaggio anziche prima. Prima fai il film a livello intuitivo, poi a livello riflessivo.

Sei italo-svedese e nei tuoi ultimi lavori hai analizzato i 'problemi' di Italia e Svezia. Il tuo percorso dove ti sta portando?

Sono contento perché entrambi i film sono riusciti a raccontare cose più universali, che partono dai due paesi ma interessano anche altrove.
In tanti - in Italia e in Svezia - mi hanno detto di non aver riconosciuto i loro paesi, ma ci sta: mi conferma che il documentario deve essere percepito in questo modo, o aderisci allo sguardo del regista oppure no, non è un'inchiesta giornalistica, è filtrato dalla mia visione.

23/09/2016, 16:39

Carlo Griseri