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Note di regia de "La Concorrente"


Note di regia de
Ho cominciato a lavorare a “La concorrente” nell'estate 2014, durante un periodo di ricerca in Sardegna, la mia terra d'origine. Inizialmente i miei sforzi erano orientati allo sviluppo di un documentario sui paesaggi abbandonati nelle campagne dell'Iglesiente: una terra colpita dal fallimento del modello di sfruttamento industriale. Inaspettatamente un giorno Francesca mi parlò della sua decisione di partecipare a un quiz televisivo. Rimasi sorpreso, nonché scosso da un presentimento: sentivo che le tracce di quelle rovine che osservavo quotidianamente per il mio lavoro stavano cominciando a insinuarsi nella mia famiglia. Dopo aver trascorso del tempo insieme a lei, iniziai a guardare alla sua vita in una maniera diversa: Francesca sembrava avesse deciso di partecipare al quiz televisivo non tanto per le proprie conoscenze, o per via del proprio narcisismo – anche se, in una certa maniera, questo aspetto pure faceva la sua parte – ma poiché pensava che fosse uno dei pochi stratagemmi che le rimanevano a disposizione per provare a emanciparsi e conquistare una stabilità economica.

Di fronte a questa realtà ho rifettuto sui meccanismi perversi che guidano il funzionamento della nostra società capitalista, e sulla maniera in cui queste dinamiche divengono ancora più evidenti nel momento di decadenza che stiamo attraversando: in assenza di ogni risorsa o riferimento (politico, religioso, istituzionale), una madre può persino arrivare a compiere i gesti più disparati, con conseguenze talvolta drammatiche, per garantire un mantenimento ai propri figli; ma non le è mai negato il diritto di conquistare fama e denaro partecipando a un concorso televisivo. La causa del problema giace nella sua apparente soluzione: mi sembrava ironico e drammatico al tempo stesso. Ho deciso di fare un ritratto di Francesca con l'obiettivo di trattare la questione del vivere, qui e ora, in mezzo all'apparente decadenza del nostro sistema capitalista (che è in realtà la sua più palese affermazione). Come il “Sisifo felice” di Camus, il personaggio di Francesca cade costantemente, ma è proprio quando insacca il colpo più duro che prende coscienza della sua condanna, rialzandosi. È un destino drammatico ma ricco di dignità, comune a tante donne e a tanti uomini nel nostro Paese e non solo: abbandonati dalle istituzioni e dalla politica, l'affermazione del nostro essere risiede solo ed unicamente nei margini della lotta quotidiana per la sopravvivenza.

Alberto Diana