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[email protected] 2015 - "Young Syrian Lenses", cronache necessarie


Il documentario di Ruben Lagattola racconta la vita di un gruppo di media attivisti siriani.


ViaEmili@DocFest 2015 -
Raccontare la Siria in questo momento può sembrare superfluo o necessario. Superfluo perché c’è chi pensa che non si parli d’altro, che l’argomento sia sovraesposto – e per questo “inevitabilmente” già sviscerato, che si sia detto tutto e riparlarne risulti solo una ripetizione. Necessario perché non è vero che le parole scritte, le immagini riprese, sono bastevoli. Necessario perché chi subisce questa guerra si sente abbandonato da tutti e vuole dare testimonianza, vuole che il mondo sappia, sia consapevole. Ma la consapevolezza comporta una condivisione, nasce da un’esperienza, non basta sapere, e a volte neanche vedere.

"Young Syrian Lenses" nasce da questa esigenza, raccolta da un regista italiano, Ruben Lagattola (il documentario è firmato a quattro mani con Filippo Biagianti, intervenuto in fase di montaggio), che, entrando in contatto con una rete di media attivisti siriani, decide di seguire la loro quotidianità.

Grazie a riprese che trasmettono la concitazione, l’ansia, la precarietà del contesto, ci sentiamo in prima linea, seguiamo gli eventi come fanno i reporter di Halab News (la più importante tv indipendente di Aleppo), sempre in azione per testimoniare tutto ciò che accade in città. Si parla in continuazione di barili imbottiti di schegge lanciati in ogni dove, di cecchini, vediamo i ribelli insultare i soldati attraverso i muri colabrodo, ma anche sentiamo raccontare delle prime vere elezioni democratiche fatte in città, di classi improvvisate per poter garantire ai bambini un po’ di istruzione ma soprattutto una vaga parvenza di normalità.

Le riprese di Lagattola si riferiscono alla primavera 2014, ma già allora le parole degli intervistati esprimevano la frustrazione di chi vede bombardamenti ogni giorno mentre tutto il mondo tace, e gli stessi ormai rassegnati a quella che è diventata una routine.

Se in tutto questo manca la pur minima percezione di speranza, nessuno rimpiange il “prima”: allora c’era la paura di dire quello che si pensava, la paura di essere denunciati ai servizi segreti, una paura perenne. Giusto perché non si abbia l’impressione di essere all’inferno per nulla.

01/10/2015, 11:00

Sara Galignano