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PITZA E DATTERI - Una moschea, le donne e la voglia di libertà


Un tema sociale che non si può più ignorare. Culture e religioni che devono convivere ed integrarsi per il bene di tutti. Il nuovo film di Fariborz Kamkari, ambientato a Venezia, racconta le peripezie della comunità musulmana per riuscire a ritrovare una moschea. Con Giuseppe Battiston, sarà al cinema dal 28 maggio distribuito da Bolero film


PITZA E DATTERI - Una moschea, le donne e la voglia di libertà
Giuseppe Battiston e Mehdi Meskar in "Pitza e Datteri"
C'è vera esigenza di raccontare temi sociali attraverso il cinema? Può essere la commedia il genere giusto per farlo? "Pitza e Datteri" è il nuovo film che parla di integrazione firmato dal regista Fariborz Kamkari ("I Fiori di Kirkuk", 2010), kurdo di nascita e italiano di adozione, che mette in scena lo scontro e l'incontro tra la cultura musulmana e quella occidentale.

In una Venezia sempre molto cinematografica, la comunità islamica della città rimane senza una moschea e, tra drastiche idee per risolvere la soluzione e tentativi di mediazione, i membri più influenti cercano di mettere in pratica consigli tradizionali ed esperimenti innovativi.

L'aria di commedia, con Giuseppe Battiston a tirare il carro della leggerezza, si incarta però troppo spesso in una mancanza di ritmo sia di scrittura sia di montaggio (forse per carenza di sequenze), con la situazione che sale in modo giusto ma finisce senza il taglio capace di portare se non alla risata quantomeno al sorriso.
Così, "Pitza e Datteri", non riesce ad acquisire una sua personalità precisa, rimanendo con un piede nel sociale e uno nella farsa, sfilacciandosi nel racconto e perdendo di omogeneità.

Questa ricerca di leggerezza è un limite alla possibile fotografia di una situazione interessante che costringe il racconto a diventare spesso retorico se non reticente. Tutti sappiamo che i musulmani non sono tutti cattivi, che le donne hanno diritto al loro spazio e che c'è una classe moderna e laica; quello che potrebbe interessarci è vedere lo scontro, interno ed esterno, come ad esempio in "My Beautyful Laundrette" di Stephen Frears, per riuscire ad arrivare a qualche soluzione e all'integrazione.

Ma siccome ora, in Italia, la commedia sembra l'unico genere in grado di convincere finanziatori pubblici, produttori e distributori a realizzare film, continuiamo ad assistere a opere senza un carattere vero e proprio, senza quell'amarezza che, anche in una commedia, è indispensabile per arrivare alla denuncia.

Chissà se qualcuna delle menti illuminate del nostro cinema non ha già in mente, per il 2018, una commedia sul rapimento e l'omicidio di Aldo Moro.

07/05/2015, 17:41

Stefano Amadio